Alexandre Dumas (padre).
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Il conte assassino.
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1865. Fratelli Ferrario Editori, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: CATIA RIGHI per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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Presentazione.
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Il conte assassino  composto dalla perfetta fusione dei racconti di tre narratori distinti, ciascuno protagonista di una parte della vicenda.
La storia si apre nel 1834 quando Alexandre Dumas, primo narratore, ritrova in una sala darmi il vecchio amico Alfredo di Nerval. Insieme ricordano i fatti avvenuti durante il loro precedente incontro alcuni anni prima. In quella occasione Alfredo era in compagnia di una dama misteriosa di cui Dumas era riuscito a scoprire solo del nome: Paolina.
Ora che tutto  finito, Alfredo pu raccontare allamico tutto quello che  accaduto in quegli anni burrascosi ed il motivo del suo comportamento sfuggente.
Con un lungo flashback, attraverso le voci di due nuovi narratori, Alfredo di Nerval e Paolina di Meulien, conosceremo come sia avvenuto il loro primo incontro, le sciagurate nozze di Paolina con il conte Orazio di Beuzeval e come questi abbia poi cercato di ucciderla. Alfredo racconter dunque a Dumas della loro fuga in Inghilterra e della terribile malattia che porter Paolina alla morte. Una storia raccontata a ritroso, ricca di colpi di scena che ancora oggi tengono alta lattenzione del lettore.
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L'AUTORE.
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Alexandre Dumas (Villers-Cotterts, 24 luglio 1802. Neuville-ls-Dieppe, 5 dicembre 1870), spesso chiamato Alexandre Dumas padre per distinguerlo dal figlio omonimo, anch'egli scrittore,  stato uno scrittore e drammaturgo francese.
Maestro del romanzo storico e del teatro romantico  famoso soprattutto per i capolavori Il conte di Montecristo e la trilogia dei moschettieri e si pu considerare il padre del feuilleton.  Dai suoi libri sono stati tratti numerosi adattamenti cinematografici e televisivi.
Dumas fu un autore eccezionalmente prolifico e per tutta la sua carriera ottenne uno straordinario successo di pubblico, sia nel genere del dramma romantico sia in quello del romanzo storico. Viaggi molto e saputo che Giuseppe Garibaldi era partito per la Spedizione dei Mille, lo raggiunse per mare, fornendogli, con i soldi messi da parte per il suo viaggio, armi, munizioni e camicie rosse. Fu testimone oculare della battaglia di Calatafimi, che descrisse ne I garibaldini, pubblicato nel 1861.
Nel settembre del 1870, dopo una malattia vascolare che lo lasci semiparalizzato, si trasfer nella villa di suo figlio Alexandre  dove mor il 5 dicembre.
I suoi resti sono stati trasferiti al Panthon di Parigi nel 2002, senza rispettare le sue ultime volont, di "rientrare nella notte dell'avvenire nello stesso luogo dal quale sono uscito dalla vita del passato, in quell'affascinante cimitero (di Villers-Cotterts) che ha pi l'aria di un'aiuola fiorita dove fare giocare i bambini che di un posto per far dormire i cadaveri".
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IL CONTE ASSASSINO.
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PAOLINA DI MEULIEN.
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Capitolo 1.
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Volgeva la fine dellanno 1834. Noi stavamo novellando, un sabato sera, in una camera attigua alla sala darmi di Grisier, allorch la porta si apr, e vedemmo entrare Alfredo Nerval.
Chi ha letto il mio Viaggio nella Svizzera, si ricorder forse del giovane, che serviva da cavaliere ad una donna misteriosa e velata, apparsami per la prima volta a Fluelen, mentre io correva con Francesco per raggiungere la barca che doveva condurci alla rupe di Guglielmo Tell; n avr dimenticato che, invece dattendermi, Alfredo Nerval aveva affrettata la partenza, e lasciando la riva, quandio nera ancor lontano circa trecento passi, mi aveva fatto un segno daddio e damicizia colla mano. Di ritorno allalbergo, io aveva domandato se conoscessero quella donna, e mi fu risposto non sapersi di lei fuorch sembrava soffrir molto, e si chiamava Paolina.
Io aveva gi intieramente dimenticato lincontro, quando, nel visitare la sorgente dacqua calda de bagni di Pfeffers, vidi venire, sotto la lunga galleria sotterranea, Alfredo, che dava il braccio a quella medesima donna da me intraveduta a Fluelen. Scorgendomi, il suo primo movimento fu quello di retrocedere. Sfortunatamente, la strada non permetteva di ritirarsi n a dritta n a manca, consistendo essa in una spece di ponte composto di due tavole umide e scivolanti, che, in luogo di essere gettate attraverso il precipizio, in fondo al quale romoreggiava la Tamina sur un letto di marmo nero, eran poste lungo le pareti del sotterraneo, a quaranta piedi circa al disopra del torrente, sostenute da travi conficcate nel macigno.
La misteriosa compagna del mio amico, pensando dunque che la fuga era impossibile, abbass il velo, e continu ad avanzarsi verso di me. Io raccontai la singolare impressione che mi fece quella donna bianca e leggera come unombra, camminando imperterrita sullorlo dellabisso, quasi appartenesse gi ad un altro mondo. Nel vedermela avvicinare, mi strinsi alla rupe, affine di occupare il minor spazio possibile. Alfredo volle farla passar sola, ma essa ricus di abbandonare il suo braccio, talch ci trovammo un istante in tre sur una larghezza di due piedi al pi; ma fu un lampo: quella strana creatura, simile ad una delle fate che fanno svolazzar gli aerei veli sulla schiuma delle cateratte, si chin sul precipizio, e pass quasi per miracolo, ma non cos rapida che non potessi scorgere attraverso il velo un viso leggiadro, sebbene pallido e dimagrato da patimenti. Allora mi sembr daver gi vedute quelle fattezze; parevami aver conosciuta quella donna dal volto pallido, ora triste, un tempo giuliva coronata da fiori, travolta in mezzo ai profumi, ai melodiosi concenti, ai vortici delle danze, dove? lignorava; quando? Non sapeva dirlo. Era una visione, un sogno, un eco della mia memoria che non aveva nulla di preciso e di reale, e che mi sfuggiva, come se avessi voluto impossessarmi di un vapore.
Ritornai, promettendo a me stesso di rivederla a qualunque costo, avessi anche dovuto rendermi indiscreto. Ma, bench fossi rimasto assente mezzora sola, non li trovai pi, n Alfredo n la donna.
Scorsero due mesi da quel secondo incontro. Mi trovavo a Baveno, delizioso paesello del lago Maggiore. Era una bella sera dautunno. Il sole tramontava dietro le maestose giogaie dellAlpi, e lombra vespertina saliva alloriente che cominciava a cospargersi di stelle. La finestra della mia camera stava a livello dun terrazzo pieno di fiori; vi discesi, e mi trovai in mezzo ad una selva di lauri, di mirti e daranci. Spezzai qualche ramoscello olezzante, e mi appoggiai alla balaustrata di granito rosso che domina il lago, da cui essa non  divisa se non dalla strada maestra che corre da Ginevra a Milano. Sorgea la luna. Tutto era quiete; e la notte cominciava il suo corso in unaugusta e melanconica serenit. In breve, da un boschetto a manca, sorse il canto di un usignuolo pieno di melodia e dolcezza; si sostenne un istante soave ed armonioso; poi, dimprovviso, ammutol alla fine dun gorgheggio. Allora, come se quel rumore ne avesse risvegliato un altro di natura ben diversa, udii quello di un calesse che veniva da Domodossola; indi lusignuolo ripigli il suo canto, n pi altro intesi. Quando cess, si fece di nuovo udire lo strepito della vettura, che veniva rapida alla mia volta, e in breve scrsi una sedia di posta trascinata al galoppo di due cavalli. A duecento passi da noi, il postiglione fece scrosciar la frusta per avvertire il confratello del suo arrivo. Infatti, quasi istantaneamente, il portone dellalbergo stridette sui cardini, e ne usc un nuovo treno: in quel momento la vettura sost al disotto del terrazzo, alla cui balaustrata io stava appoggiato.
La notte, come ho detto, era cos pura, serena e profumata, che i viaggiatori, per godere le dolci emanazioni dellaria, avevano abbassato il mantice della carrozza. Vi sedevano due persone, un giovane ed una giovine. La giovane era avvolta in un ampio sciallo o mantello che fosse, colla testa rovesciata sulle braccia del giovane che la sosteneva. Intanto il postiglione usc con un lume per accendere i fanali della vettura. Un raggio di luce illumin il volto de viaggiatori, e riconobbi Alfredo Nerval e Paolina.
Sempre lui e sempre lei!... Sempre dessa, ma cos cambiata dopo la sua partenza da Pfeffers, cos pallida e moribonda, da non sembrar che unombra; pur que lineamenti avvizziti richiamaronmi ancora in mente la vaga immagine femminea che sonnecchiava in fondo alla mia memoria. Io stava per chiamare Alfredo, ma mi ricordai quanto la sua compagna desiderasse non esser veduta. Eppure un sentimento di s melanconica piet mi trascinava verso di lei, chio volli ella sapesse almeno che qualcuno pregava onde lanima sua, in procinto di volar al cielo, non lasciasse innanzi tempo il gentil corpo cui vivificava.
Presi un biglietto di visita, e vi scrissi colla matita: Dio abbia nella sua santa custodia i viaggiatori, consoli gli afflitti, guarisca i sofferenti. Misi la carta in mezzo ai rami da me clti, e lasciai cadere il mazzetto nella carrozza. Nel medesimo tempo il postiglione ripart, ma non con tanta rapidit da non lasciarmi vedere Alfredo chinarsi al di fuori del calesse, avvicinando il mio scritto alla luce del fanale: allora egli si volse dalla mia parte, mi fe un segno colla mano, ed il legno sparve...
Mi trattenni otto giorni a Baveno; poscia partii per Arona e Sesto Calende.
L mi aspettava unultima memoria della giovane; quel piede cos leggero sullorlo dellabisso, aveva urtato nel sepolcro, non lasciando, per unico indizio alla curiosit, che il nome di Paolina.
Io andai a vedere quella tomba; dessa ergevasi in un giardino delizioso, sulla vetta dun colle selvoso, al declivio che domina il lago. Calava la sera; la pietra cominciava a biancheggiare ai raggi della luna: io sedetti vicino ad essa, ma indarno cercai raccozzare le rimembranze sulla giovane, e rinunziai a penetrare il mistero, fino al d in cui ritrovassi Nerval.
Or si comprender facilmente come la sua inaspettata comparsa, quando men io pensava a lui, venisse a colpirmi a un tratto di nuove idee: in un istante rividi tutto: la barca che mi sfuggiva sul lago; il ponte sotterraneo; il piccolo albergo di Baveno; da ultimo, la pietra biancheggiante, ove, ai raggi della luna scivolanti tra i rami darancio e di lauro, mi fu dato leggere, per solo epitaffio, il nome di quella donna, morta s giovane e probabilmente tanto infelice.
Mi gettai dunque nelle braccia dAlfredo; egli sorrise tristamente, stendendomi la mano, quasi per dire che mi comprendeva; allora io indietreggiai, acciocch Alfredo, mio vecchio amico da quindici anni, non prendesse per semplice curiosit il sentimento che aveami spinto verso di lui.
Egli entr. Bench uno de buoni allievi di Grisier, da circa tre anni non era comparso nella sala darmi. Lultima volta che ce lo videro, avendo un duello per lindomani, era venuto ad esercitarsi col maestro; da quel tempo non fu pi visto. Grisier non ebbe appena scambiati seco lui i complimenti duso che gli mise un fioretto in mano, e gli scelse tra noi un avversario della sua forza. Al terzo colpo, il fioretto di questi incontr limpugnatura dellarme dAlfredo e rompendosi a due pollici al disotto del bottone, and a lacerare la manica della sua camicia che si tinse di sangue. Per fortuna era appena una graffiatura; ma, nellalzare la manica, Alfredo ci scoperse unaltra cicatrice che aveva dovuto essere pi grave; una palla di pistola gli aveva forata la carne della spalla.
To! gli disse Grisier con sorpresa; io non sapeva nulla di questa ferita!
Io lho ricevuta, gli rispose Alfredo, lindomani del giorno in cui venni ad esercitarmi con voi, ed il d che la ricevetti partii per lInghilterra.
E si pu sapere la causa di questo duello?
Perdono, caro Grisier, ma tutta questa storia  ancora un secreto; la conoscerete piu tardi.
Paolina?... gli dissi sottovoce.
S, mi rispose.
Ci accomiatammo da Grisier, e Alfredo allora mi raccont nel seguente modo la storia di Paolina.
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Capitolo 2.
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Tu sai, mi dissegli, che io studiava la pittura, lorch venne a morire il mio buon zio, lasciando a me ed a mia sorella trentamila lire di rendita ciascuno. Allora, risolsi di viaggiare, di visitare la Scozia, le Alpi, lItalia: partii per lHvre, desiderando cominciare i miei viaggi dallInghilterra. AllHvre seppi che Dauzats e Jadin erano sullopposta sponda della Senna, nel villaggio di Trouville; io non volli lasciare la Francia senza salutare due compagni di studio, e lindomani di buon mattino mi trovava a Trouville: sfortunatamente, essi erano partiti il giorno prima.
Tu conosci questo piccolo porto, uno de pi pittoreschi della Normandia. Vi rimasi qualche giorno per visitare i dintorni; la sera, seduto in un canto del camino dellalbergo, ascoltava il racconto di strane avventure, delle quali, da tre mesi, i dipartimenti del Calvados, del Loiret e della Manica erano il teatro. Si trattava di latrocinii commessi con unabilit ed audacia meravigliose: alcuni viaggiatori erano scomparsi tra i villaggi di Buisson e di Sallenelles. Si era ritrovato il postiglione cogli occhi bendati e legato ad un albero, la sedia di posta sulla strada maestra, ed i cavalli che pascevano tranquillamente nel prato vicino. Una sera, mentre il ricevitore generale di Caen cenava con un giovane di Parigi chiamato Orazio di Beuzeval, insieme a due suoi amici, venuti a passare con lui la stagione delle cacce nel castello di Burcy, distante quindici leghe da Trouville, gli avevano forzato lo scrigno e rapitane la somma di settantamila franchi. Infine, lesattore di Pont-lEvque, che andava a Lisieux per versarvi un pagamento di dodicimila franchi, era stato ucciso, ed il suo cadavere, gettato nella Touque e respinto sulla riva, aveva solo rivelato lassassinio, i cui autori eran rimasti ignoti, malgrado lattivit della polizia parigina, la quale, inquietandosi di quei misfatti, aveva spedito sui luoghi alcuni de suoi pi abili agenti.
Questi avvenimenti, illuminati, tratto tratto, da uno di quegli incendi, di cui signorava la causa, e che allora i giornali dellopposizione attribuivano al governo, spargevano in tutta la Normandia un terrore sin allora ignoto in quel buon paese. Per me, confesso che prestava ben poca fede a tutte quelle dicerie. Gli assassini merano sempre apparsi in mezzo ad una foresta od in fondo ad una caverna. Ora, in tutti i tre dipartimenti non v nemmeno un covile che meriti il nome di spelonca, e neppur un boschetto che abbia la presunzione di presentarsi come una foresta.
Pur mi fu forza in breve di credere alla veracit di que racconti. Un ricco Inglese che recavasi ad Alenon, venne fermato colla moglie a mezza lega da Dives, dove avevano cambiati i cavalli; il postiglione, imbavagliato e legato, fu gettato nella vettura al posto dei forestieri, ed i cavalli, pratici della strada, erano giunti a Ranville del solito loro trotto, fermandosi alla posta, ove restarono tranquillamente fino a giorno: la mattina, un mozzo di stalla, aprendo il portone, aveva trovato il calesse ancora attaccato, col povero postiglione imbavagliato. Questi, condotto dal prefetto, dichiar come sulla strada maestra quattro uomini mascherati, i quali, dal vestito, sembravano appartenere allinfima classe della societ, lavessero costretto a fermarsi, e fatto discendere i viaggiatori, e come lInglese avendo tentato di difendersi, egli avesse udito, dopo un colpo di pistola, gemiti e grida, ma senza poter veder nulla, giacch gli assalitori lo tenevano colla faccia contro terra; era stato quindi imbavagliato e gettato nella vettura, che lo condusse alla posta precisamente come se avesse guidati egli medesimo i cavalli. La gendarmeria si port tosto sul luogo della catastrofe; si ritrov infatti il cadavere dellInglese in un fosso, trafitto da due pugnalate, ma non si pot scoprire alcuna traccia di sua moglie. Questo nuovo fatto era accaduto appena a dieci leghe da Trouville, e la salma della vittima fu trasportata a Caen. Non vera dunque pi mezzo di dubitare, fossi pure stato incredulo come san Tomaso, dacch in meno di cinque o sei ore poteva recarmi in persona a mettere, al par di lui, il dito nelle ferite.
Tre o quattro giorni dopo tal fatto, risolsi di fare unultima visita alle coste che stava per abbandonare; un bel mattino, allestito un battello da me noleggiato per un mese, feci portare a bordo viveri, il soprabito e le mie matite, e misi alla vela, componendo da me solo tutto lequipaggio.
Dapprima ogni cosa and a seconda: il vento spirava dallHvre, e mi faceva scorrere sul mare, appena agitato, con rapidit maravigliosa: aveva percorso in tre ore uno spazio di circa otto o dieci leghe, allorch, dimprovviso, il vento cess affatto, e lOceano divenne calmo e terso come uno specchio. Aveva appunto di fronte la foce dellOrna; a destra la barra di Langrune e le scogliere di Lyon, ed a sinistra le ruine duna abbazia attigua al castello di Burcy; ne risultava un paesaggio belle composto, sol da copiare per formarne un magnifico quadro. Calai la vela e mi accinsi al lavoro.
Stava tanto occupato nel mio disegno, che non saprei dirvi quanto tempo vi lavorassi, allorch sentii soffiarmi sul viso una di quelle tiepide brezze foriere di burrasca; il mare cambi colore, e si tinse di un grigio cenerognolo. Mi volsi al largo; un lampo solcava il cielo, coperto di nubi negre ed accavallate; giudicai di non aver un istante a perdere: il vento sera voltato col sole; issai la mia piccola vela, e diressi il timone verso Trouville; ma fatto appena un quarto di lega, vidi la vela sbattere contro lalbero; li calai tosto, diffidando di quellapparente calma. Infatti, il mare divenne agitato ed il tuono si fece udire. Mi spogliai dellabito, e mi accinsi a remigare verso la riva. Mancavano ancora quasi due leghe per raggiungerla; fortunatamente era lora del flusso, e londa mi spingeva verso la spiaggia. Dal canto mio remigava con tutte le forze; per la procella savanzava pi presto di me, in guisa che mi raggiunse. Per colmo di sventura la notte era vicina; sperava nulladimeno di poter approdare prima che loscurit fosse completa.
Passai unora terribile; il mio battello, sollevato come un guscio di noce, saliva e ricadeva colle ondulazioni de flutti. Io non cessava dal remare; ma prevedendo il caso di essere obbligato a salvarmi a nuoto, levai i due remi, e tenendo indosso soltanto i calzoni e la camicia, mi sbarazzai di quanto poteva impedire i movimenti. Due o tre volte fui in procinto di buttarmi in mare; ma la stessa leggerezza della barca valse a salvarmi; io temeva soltanto di vederla capovolgere; anzi mi parve sentirla urtar la riva, ma la sensazione fu s rapida e lieve, che non osai sperarlo. Loscurit era tanto profonda, che non sapeva a qual distanza fossi dalla spiaggia. Ad un tratto provai una scossa violenta: unonda mi rimise a galla; indi fui trasportato con nuova violenza. Infine la barca venne spinta con tanta forza, che la chiglia si trov arenata. Non perdetti tempo; presi il soprabito, e fui dun salto fuor del battello. Lacqua mi giungeva appena fino alle ginocchia, e prima che londa, cui vedeva tornare alta come una montagna, mavesse raggiunto, io mi trovai sulla spiaggia.
Mi copersi col soprabito, ed inoltratomi rapidamente, maccorsi tosto di camminare sulle alte erbe delle dune; non avendo quindi pi nulla a temere, mi fermai.
 pure un sublime spettacolo quello che presenta il mare veduto di notte al bagliore del lampo e nellimperversare della procella. LOceano sembrava unimmensa catena di montagne mobili, dalle vette confuse alle nubi e dalle vallate profonde come abissi; ad ogni scroscio di fulmine, una luce smorta serpeggiava da quelle cime a quelle profondit, andando a spegnersi tra vorticosi flutti. Io contemplava con terrore e curiosit a un tempo la stupenda scena, e sarei forse rimasto lintera notte immobile spettatore, se non avessi sentito grosse gocce di pioggia percuotermi il viso. Bench fosse appena la met di settembre, le notti erano gi fredde; pensai a trovar ricovero contro la pioggia: mi risovvenni allora delle ruine scrte dal mare, e che non dovevano esser lontane dalla costa ove mi trovava. Continuai a salire per un pendo, e mi trovai tosto sur uno spianato: progrediva sempre, scorgendo a me dinanzi una massa nera che non poteva distinguere, ma che, qualunque ella fosse, doveva offrirmi un rifugio. Finalmente, al chiaror dun lampo, riconobbi latrio diroccato duna cappella: varcata la soglia, mi trovai in un chiostro. Cercai il luogo men rovinato, e sedetti in un angolo, allombra di un pilastro, deciso ad aspettar col il ricomparir del giorno. Lunica cosa che minquietasse era un certo stiracchiamento di stomaco, che mi faceva memore desser digiuno sin dalle dieci del mattino, allorch mi rammentai daver detto allalbergatrice che provvedesse alle tasche del mio palet: vi recai prontamente la mano, e rinvenni in una tasca un piccolo pane, e nellaltra una zucca piena di rum. Era una cena adattata alla circostanza; talch, come lebbi terminata, mi sentii un dolce calore rinascere nelle membra, che gi cominciavano ad intirizzirsi; le mie idee, che avevano preso una tinta ferale nellaspettativa duna veglia affamata, si rianimarono quando il bisogno fu estinto: il sonno, prodotto alla stanchezza, venne ad impossessarsi di me: mavvolsi nel soprabito, madagiai contro il pilastro, e tosto caddi in un dolce sopore, cullato dal fragor dellonda, che frangevasi contro la riva, e dal fischiar del vento, che ingolfavasi lugubremente tra le ruine.
Dormiva da circa due ore, allorch mi svegliai allo stridore de cardini di una porta, che chiudevasi battendo contro il muro. Spalancai gli occhi, come se mi destassi da un sonno inquieto, e mi alzai tosto, prendendo la precauzione instintiva di nascondermi dietro il pilastro... Ma invano girai attorno lo sguardo; non vidi, n intesi pi nulla; tuttavia stetti allerta, convinto che il rumore erasi fatto sentir realmente, e che lillusione dun sogno non aveami ingannato.
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Capitolo 3.
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Il temporale erasi calmato, e sebbene il cielo fosse sempre coperto di negre nubi, la luna riusciva a far passare qualcuno de suoi raggi nel loro intervallo. In uno di questi rapidi chiarori, tosto spenti dalloscurit, distolsi gli sguardi da quella porta, che mi pareva aver udito stridere, per volgerli ancora intorno. Io stava, come gi parevami aver distinto, fra le rovine di unantica abbazia, e per quello che potei giudicare da pochi ruderi che rimanevano, mi trovava nella cappella: a manca ed a destra dilungavansi i due corridoi del chiostro, sostenuti da vlte basse e centinate, mentre di fronte alcune pietre, infrante e giacenti alla rinfusa in mezzo a folte erbe, indicavano il piccolo cimitero, ove gli antichi abitatori di quel luogo venivano gi a riposar de travagli della vita appi della croce di pietra, mutilata e vedova del suo crocifisso, ma tuttora in piedi.
Tu lo sai, continu Alfredo, e tutti gli uomini veramente coraggiosi lo confesseranno, che le influenze fisiche hanno un immenso potere sulle impressioni dellanima. Io era test scampato da terribile burrasca, e giunto, tutto intirizzito, in mezzo a ruine sconosciute; erami addormentato, e godeva un sonno tanto pi caro dopo le fatiche sofferte, ma di subito sturbato da un rumore straordinario; in quella solitudine, da ultimo, mi trovava sul teatro medesimo de ladronecci e degli assassini che da due mesi desolavano la Normandia, solo, senzarmi, e, come ti dissi, in una di quelle disposizioni di spirito, in cui le fisiche antecedenze impediscono al morale assopito di riprendere tutta la sua energia. Non ti far dunque maraviglia se mi tornarono in mente tutti i racconti uditi in un canto del focolare, e se rimanessi agitato e perplesso contro il pilastro, invece di tornare a giacermi e cercar nuovo riposo.
Del resto, era s grande la mia convinzione dessere stato destato da umano rumore, che nel perscrutare le tenebre dei corridoi e lo spazio pi rischiarato del cimitero, i miei occhi tornavano a figgersi del continuo su quella porta scavata nella muraglia, da cui senza dubbio qualcuno era entrato. Per ben venti volte mi venne il desiderio di recarmi col ad ascoltare se udissi qualche rumore che potesse chiarire i miei dubbi; ma, per giungervi, era duopo passare uno spazio illuminato dai raggi della luna. Ora, altre persone potevano essere nascoste, al par di me, tra quelle rovine, e sfuggire ai miei sguardi, comio sfuggiva ai loro, restando, cio, nellombra e senza far moto. Tuttavia, in capo ad un quarto dora, tutto era tornato nella calma e nel silenzio, per cui risolsi dapprofittare del primo istante nel quale una nube coprirebbe la luna, per varcar lintervallo di quindici o venti passi che mi divideva dalla cavit, e mettermi in ascolto a quella porta. Tal momento non si fece aspettare; la luna presto si vel, e loscurit fu s profonda, che pensai potermi arrischiare senza pericolo a compiere la mia risoluzione. Mi staccai dunque lentamente dalla colonna, alla quale era rimasto fin allora aderente come una scultura gotica, e di pilastro in pilastro, trattenendo il respiro, ascoltando ad ogni passo, pervenni infine al muro del corridoio; inoltrai alquanto appoggiandomi ad esso, giunsi ai gradini che conducevano sotto la vlta, ne scesi tre, e toccai la porta.
Per dieci minuti rimasi a quel posto senza muovermi, stando in ascolto, ma nulla intesi. A poco a poco la mia prima convinzione si spense per dar luogo al dubbio. Stava per credere che un sogno mi avesse ingannato, e chio fossi il solo abitatore di quelle ruine che mavevano offerto asilo, e gi abbandonava la porta per raggiungere il mio pilastro, quando la luna ricomparve a rischiarare lo spazio che doveva percorrere per tornar al posto di prima; gi maccingeva a movermi malgrado codestinconveniente, allorch una pietra si stacc dallarcata e cadde. Intesi il rumore chessa fece, e bench ne indovinassi la causa, pure trasalii come ad un sinistro presagio, e, invece di seguire la mia prima risoluzione, rimasi ancora qualche istante nellombra proiettata dalla vlta che sporgeva al disopra del mio capo. Ad un tratto credetti intendere dietro di me uno strepito discosto e prolungato, simile a quello che farebbe una porta chiudendosi in fondo ad un sotterraneo; poi si fecero udire passi lontani, che man mano si avvicinavano; si saliva la fonda scala, cui appartenevano i tre gradini per cui era disceso. In quellistante la luna sparve di nuovo. Dun salto fui nel corridoio, ed a ritroso, colle braccia stese indietro, locchio fisso verso la cavit, tornai a rifugiarmi dietro la mia colonna protettrice. Poco dopo udii ripetersi lo stesso stridore di cardini che mi aveva risvegliato; la porta si aperse e si rinchiuse tosto; un uomo apparve uscendo per met dallombra, si ferm ad ascoltare volgendo intorno sospettoso lo sguardo, e vedendo tutto tranquillo, entr nel corridoio, avanzandosi verso lestremit opposta a quella ove mi trovava. Non ebbe fatti dieci passi che lo perdetti di vista, per la tetra oscurit.
Di l a poco la luna ricomparve, ed in fondo al piccolo cimitero scrsi il misterioso incognito con un badile in mano. Egli raccolse due o tre palate di terra, gett un oggetto, che non potei discernere, nella piccola fossa da lui scavata, e senza dubbio affinch fosser celate ad ogni umano sguardo le vestigia di quanto stava facendo, lasci cadere sul sito, cui affidava il suo deposito, la pietra di una tomba che aveva sollevata. Dopo tali precauzioni, si guard di nuovo intorno, e non vedendo, n udendo nulla, and a deporre il badile contro un pilastro, e sparve sotto una vlta.
Il momento era stato breve, e la scena che narrai successa a poca distanza da me; pure, malgrado la rapidit dellesecuzione e la lontananza dellattore, potei distinguere un giovane di circa trentanni, di capelli biondi e di mezzana statura. Vestiva un semplice paio di pantaloni di tela turchina, simile a quelli che usano i contadini ne giorni festivi; ma ci che indicava appartener egli ad una classe superiore dassai a quella che la prima apparenza assegnavagli, era un paloscio appeso alla sua cintola, e di cui vidi brillare ai raggi della luna la guaina e la punta. Quanto alla sua figura, mi sarebbe riescito difficile darne i precisi connotati; ma laveva per altro veduto abbastanza onde riconoscerlo qualora il caso me lo avesse fatto incontrare.
Tu ben comprenderai come quella stranissima scena bastasse non solo a scacciare, pel resto della notte, ogni speranza, ma ben anche ogni idea di sonno. Rimasi dunque in piedi senza provare alcuna stanchezza, in preda a mille diversi pensieri, e risoluto di chiarire il mistero; ma era impossibile pel momento: mi trovava senzarmi, senza la chiave di quella porta, n una leva per abbatterla; poscia rifletteva se non fosse stato meglio stendere una deposizione, che tentare da me solo unavventura alla cui fine poteva, come don Chisciotte, trovare qualche mulino a vento. In conseguenza, appena albeggi, ripresi il cammino del portico pel quale era entrato la sera addietro, e mi ritrovai tosto sul declivio del monte; una fitta nebbia copriva il mare: scesi alla spiaggia, e stetti aspettando che questa si fosse dileguata. Dopo mezzora circa, il sole sorse a rischiarare lorizzonte, ed i primi suoi raggi dispersero intieramente i vapori che coprivano lOceano, ancor agitato e furioso per la procella della vigilia.
Sperava ritrovare la mia barca, che lalta marea doveva aver gettato sulla costa; infatti la scrsi arenata in mezzo alla ghiaia. Ma oltre limpossibilit di lanciarla in acqua, una delle tavole del fondo erasi spezzata urtando contro uno scoglio; non poteva quindi servirmene per tornare a Trouville. Per fortuna, la costa era sempre visitata da pescatori, e dopo mezzora vidi un battello: feci segno e chiamai, quandesso fu a portata della voce: il battello si diresse tosto alla mia volta; vi trasportai lalbero, la vela ed i remi della barca, che potevano esser condotti via da una nuova marea. Quanto allo scafo, labbandonai: il suo proprietario sarebbe venuto in persona a vedere se fosse ancor servibile, ed io me la sarei cavata pagandone la parziale riparazione o la perdita intera. I pescatori che mi raccoglievano a bordo, come un novello Robinson Cruso, erano per lappunto di Trouville. Essi mi riconobbero e mi dimostrarono la loro gioia nel ritrovarmi sano e salvo; mavevano veduto partire il giorno prima, e sapendo che non era ancora tornato, mi credevano annegato. Raccontai loro il mio naufragio, e come avessi passata la notte dietro una rupe; poi chiesi il nome delle ruine che sorgevano in vetta al monte, che noi cominciavamo a scorgere allontanandoci dalla riva. Mi fu risposto essere quelle dellabbazia di Grand-Pr, attigua al parco del castello di Burcy, abitato dal conte Orazio di Beuzeval.
Era la seconda volta che udiva pronunciare quel nome, che mi faceva trasalire, risvegliando nel mio cuore antiche reminiscenze... Il conte Orazio di Beuzeval era il marito di madamigella Paolina di Meulien...
Paolina di Meulien! sclamai io. E mi torn tutta la memoria... S,  dessa...  la donna che incontrai con te nella Svizzera ed in Italia. Come non lho io mai riconosciuta, quantunque pallida e distrutta dai patimenti? Oh! che bella donna ellera, dotata di rari talenti, spiritosa e gentile! che magnifica capigliatura! che occhi fieri e vivaci! Povera fanciulla! ah! ora la riconosco, e me ne ricordo benissimo.
S, disse Alfredo, con voce commossa e soffocata, s...  dessa... che ti aveva riconosciuto, e per questo cercava fuggirti con tanta cura! era un angelo di belt, di grazie e di candore; tu il sai, poich, come mi dicesti, noi labbiamo veduta pi duna volta insieme; ma tu ignoravi con quantaffetto io lamassi allora, e lavrei chiesta in isposa se, a quellepoca, avessi possedute le ricchezze che la fortuna mi ha concesso soltanto al presente; e la mia sola inferiorit di condizione, fu la sola causa che mi trattenne. Compresi dunque che, se avessi continuato a vederla, arrischiava la mia felicit avvenire contro uno sguardo disdegnoso od un rifiuto umiliante. Partii per la Spagna, e mentrio era a Madrid, seppi che madamigella Paolina di Meulien aveva sposato il conte Orazio di Beuzeval.
I nuovi pensieri che il nome proferito da quei pescatori avevano fatto nascere in me, cominciarono a cancellare le impressioni lasciatemi nello spirito dallo strano accidente della notte; del resto, il giorno, il sole, la poca analogia che passa fra la nostra vita abituale e simili avventure, contribuirono a farmi credere tutto laccaduto come un sogno, un parto della immaginazione esaltata. Non pensava pi al progetto della deposizione; solo mi restava la viva bramosia di chiarire la cosa; dallaltra parte, rimproveravami il momentaneo terrore che mavea clto, e voleva dar a me stesso una soddisfazione che mappagasse.
Arrivai a Trouville alle undici del mattino. Da tutti fui accolto con trasporti di giubilo; mi credevano annegato o caduto vittima di qualche assassinio. Sfinito dalla stanchezza, andai a coricarmi, insistendo sulla raccomandazione di svegliarmi alle cinque della sera e tenermi una vettura pronta per condurmi a Pont-lEvque, ove divisava passar la notte. Il mio desiderio fu pienamente soddisfatto; ed alle otto giunsi alla mia destinazione. Lindomani mattina presi un cavallo di posta, e, preceduto da una guida, partii al galoppo per Dives. Giunto in quella citt, intendeva recarmi, come per diporto, alla riva del mare, che avrei costeggiato sino alle ruine dellabbazia di Grand-Pr: ivi, ostentando curiosit, voleva visitare di giorno que dintorni che desiderava conoscer bene onde tornarvi poi durante la notte. Un caso impreveduto sconvolse tutto questo piano, e mi condusse al medesimo scopo per unaltra via.
Arrivando in casa del mastro di posta, chera anche sindaco di Dives, trovai la gendarmeria alla sua porta e tutta la citt in rivoluzione. Un nuovo assassinio era stato commesso con unaudacia senza pari. La contessa di Beuzeval, giunta pochi giorni prima da Parigi, era stata assassinata nel medesimo parco del suo castello, abitato dal conte e da due o tre suoi amici... Capisci?... Paolina... la donna che io aveva sempre amato, e la cui memoria stava scolpita eternamente nel mio cuore... Paolina, assassinata... assassinata di notte, nel parco del suo castello, quando io, nelle ruine della vicina abbazia, stava a cinquecento passi al pi lontano da lei!... Pareva incredibile... Dimprovviso, lapparizione, la porta, luomo, mi tornarono al pensiero; voleva parlare, svelare ogni cosa, ma non so per qual presentimento mi tacqui; e poi, come svolgere un arcano tanto incomprensibile a me stesso? Risolsi quindi di mantenere un profondo silenzio sulla misteriosa scena, e spingere le mie investigazioni sino alla scoperta della realt.
I gendarmi, prevenuti fin dalle quattro del mattino, venivano a cercare il sindaco, il giudice di pace, e due medici per istendere il processo verbale; il sindaco ed il giudice erano pronti, ma uno dei medici, assente per affari di clientela, non poteva obbedire allinvito dellautorit. Io aveva fatto per la pittura alcuni studi di anatomia alla Carit, e moffersi come allievo in chirurgia. Venni accettato in mancanza di altri supplenti, e partimmo alla volta del castello di Burcy: io seguiva in tutto gli impulsi dellistinto; aveva voluto rivedere Paolina prima che le assi del feretro si chiudessero per sempre sul mio amore, o meglio obbediva ad uninspirazione del cielo.
Giungemmo al castello; il conte erane partito la mattina stessa per Caen; recavasi a sollecitare dal prefetto il permesso di far trasportare il cadavere a Parigi, overano le tombe della sua famiglia, approfittando, per allontanarsi, del momento in cui la giustizia adempirebbe le sue fredde formalit, troppo dolorose ad un cuore disperato.
Un suo amico venne a riceverci per introdurci nella camera della contessa. Io poteva appena reggermi, le gambe vacillavano, il mio cuore batteva con violenza; doveva esser pallido come la vittima che ci attendeva. Entro nella stanza; essa era ancora profumata dun odore di vita. Volsi intorno uno sguardo spaventato, e, sopra un letto, vidi una figura umana coperta da un drappo mortuario; allora mi sentii mancar il coraggio, e cercai dappoggiarmi contro la porta. Il medico si avanz verso il letto con quella calma ed insensibilit incomprensibili impartite dallabitudine. Egli alz il lenzuolo che ricopriva il cadavere, e ne scoperse il capo; io credetti sognare o desser in preda a qualche fascino. Il cadavere steso sul letto non era quello della contessa di Beuzeval; la donna assassinata, della quale noi venivamo a comprovare la morte, non era Paolina!... 
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Capitolo 4.
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Ellera una donna bionda, docchi cerulei, di carnagione bianchissima, dalle mani eleganti ed aristocratiche; una donna giovane e bella, ma non era Paolina. Aveva la ferita al lato destro; la palla, trapassando le due costole, era andata a traversare il cuore, sicch la morte doveva essere stata istantanea. Era s strano mistero, chio cominciava a confondermi! daltronde non sapeva su chi far cadere i sospetti... Mi restava soltanto la certezza che quella donna non era Paolina, e che suo marito la dichiarava morta, mentre sotto il di lei nome si seppelliva una straniera...
Io non saprei dire di che fossi capace durante le operazioni chirurgiche, n cosa firmassi sotto il titolo di processo verbale; per fortuna, il dottore di Dives, volendo stabilire la sua superiorit sopra un allievo, e la preminenza della provincia su Parigi, sincaric di tutto, e non reclam che la mia firma. Loperazione dur circa due ore; poi scendemmo nella sala da pranzo, ove si erano preparati alcuni rinfreschi. Mentre i miei compagni gradivano questa gentilezza, io andai ad appoggiarmi ai vetri di una finestra che metteva sul di fuori. Vi stava da un quarto dora, allorch un uomo a cavallo, tutto impolverato, entr nel cortile di gran galoppo, e balzato di sella, si slanci verso lo scalone. Il mio stupore crebbe sempre pi; quelluomo, sebbene lavessi intraveduto appena, pure fu subito da me riconosciuto, malgrado il cambiamento dabiti. Era il medesimo da me visto in mezzo alle rovine dellabbazia, mentre usciva dal sotterraneo: luomo da pantaloni turchini, dal badile e dal paloscio. Domandai ad un domestico chi fosse il cavaliere appena entrato.  il mio padrone, mi rispose costui, il conte di Beuzeval, che ritorna da Caen, dov stato a cercare lautorizzazione del trasporto. Gli chiesi se il conte avesse divisato di partir per Parigi. Questa medesima sera, mi disse, poich la vettura che deve trasportare il corpo di madama  gi allestita, ed i cavalli di posta saranno pronti per le cinque.
Nelluscire dalla sala, udimmo alcuni colpi di martello: era il becchino che inchiodava la bara. Ogni cosa eseguivasi regolarmente, ma con celerit. Ripartii per Dives, ed alle quattro giunsi a Trouville.
Io aveva presa lardita risoluzione di chiarire nella notte stessa ogni cosa da me solo, e qualora i miei tentativi riuscissero inutili, lindomani, con una deposizione, lasciar alla polizia la cura di terminar laffare. In conseguenza, appena arrivato, noleggiai una nuova barca; ma questa volta presi due battellieri per guidarla, indi, salito in camera, mi posi un paio di buone pistole a due canne nella cintura da viaggio, che sosteneva anche un coltello a pugnale: abbottonai il soprabito per nascondere allostessa i formidabili preparativi, che la precauzione, o meglio una certa diffidenza mi suggerivano, feci portare nel battello una torcia ed una leva, e mimbarcai col mio fucile, adducendo a pretesto della spedizione il desiderio di cacciare gabbiani e stivieri.
Il vento spirava favorevole: in meno di tre ore noi arrivammo alla foce della Diva; col giunti, ordinai ai marinai di restar in panna fino a notte fitta; allora feci avvicinare la barca alla riva, ed approdai.
Diedi quindi ai battellieri le ultime istruzioni; consistevano nellaspettarmi in una cavit della rupe, a vegliare uno per volta, e tenersi pronti a partire al mio segnale. Se allalba non fossi ancora tornato, dovevano recarsi a Trouville, e rimettere al sindaco un plico sigillato, che conteneva la mia deposizione scritta e firmata da me, coi dettagli della spedizione che tentava, e glindizi per mezzo de quali potermi ritrovare vivo o morto. Dopo siffatte precauzioni, misi il fucile in bandoliera, presi la leva e la torcia con un acciarino per accenderla al bisogno, e ripigliai la strada gi tenuta nel primo viaggio. Ascesi cos la montagna, ed i primi raggi della luna mi mostrarono le ruine della vecchia abbazia. Passai latrio, e mi ritrovai nella cappella del chiostro.
Il cuore mi batteva anche questa volta con violenza, ma pi per ansiosa curiosit che per terrore. Aveva avuto campo di basare la mia risoluzione non gi su quelleccitamento fisico che produce il coraggio brutale e momentaneo, ma sulla riflessione morale che rende la risoluzione prudente ed irrevocabile.
Giunto al pilastro, al cui pi mera gi corcato, mi fermai, per volgere unocchiata intorno. Nella profonda calma che regnava non udivasi se non leterno muggito, che sembra il fragoroso respiro dellOceano. Risolsi di procedere con ordine, e frugare innanzi tutto nel luogo ove aveva veduto il conte di Beuzeval (essendo io ben convinto che fosse lui) nascondere un oggetto, cui non potei distinguere. Deposte perci la leva e la torcia contro il pilastro, montai il fucile per qualunque evento: riescii al corridoio, percorsi le tenebrose vlte, ritrovai il badile appoggiato ad una colonna, lo presi; poscia, dopo un istante dimmobilit e di silenzio che mi persuase desser solo, marrischiai ad avvicinarmi al luogo del deposito; alzai la pietra della tomba come aveva fatto il conte, vidi la terra smossa di fresco, e deposto al suolo il fucile, cacciai il badile nel sito medesimo gi scavato da lui, ed in mezzo alla prima palata di terra vidi risplendere una chiave; riempii la buca, collocai di nuovo la pietra sulla tomba, ripresi il fucile, e rimesso il badile al posto ove laveva trovato, mi fermai un istante nel luogo pi oscuro per raccapezzare le idee.
Era evidente che quella chiave apriva la porta dalla quale aveva veduto uscire il conte; in tal caso la leva mi riusciva inutile; la lasciai dunque dietro il pilastro, e presa soltanto la torcia, mavanzai verso lentrata a vlta; scesi tre gradini, introdussi la chiave nella serratura, che saperse al secondo giro; entrai, e stava per chiudere la porta, quando pensai che un caso qualunque poteva impedirmi di riaprirla colla chiave; andai a riprendere la leva, e la deposi nel canto pi recondito tra il quarto ed il quinto gradino; chiusi la porta dietro di me, e trovandomi in profonda oscurit, accesi la torcia, la cui luce illumin il sotterraneo.
Il luogo pel quale io procedeva somigliava allingresso duna cantina, largo tuttal pi cinque o sei piedi: i muri e la vlta erano di pietra. Davanti a me stendevasi una scala di circa venti gradini, in fondo alla quale mi trovai sopra un piano inclinato che continuava ad internarsi sotterra; dirimpetto, a qualche passo, vidi una seconda porta; andatovi vi posi lorecchio, ma non mi fu dato udir nulla: provai la chiave, che lapr come aveva aperto laltra; entrai come la prima volta, ma senza rinchiuderla dietro di me, e mi trovai ne sepolcreti riservati ai superiori dellabbazia; i semplici monaci si seppellivano nel cimitero.
L mi fermai un istante. Io credeva per fermo davvicinarmi al termine delle ricerche, e la mia risoluzione era troppo tenace per pentirmene. Eppure, tu comprenderai facilmente, continu Alfredo, che limpressione de luoghi non era senza influenza; mi tersi colla mano il freddo sudore che bagnavami la fronte, e sostai a riprender lena. Che cosa stava mai per trovare? senza dubbio qualche avello murato di fresco: a un tratto trasalii; mi parve udire un gemito rompere il silenzio sepolcrale che regnava in quel recinto.
Tal rumore, invece di diminuire il mio coraggio, valse a rafforzarlo; mavanzai celeremente; ma da qual parte poteva esser venuto il gemito? Mentre mi guardava intorno, udii un secondo lamento; mi slanciai verso il luogo donde parevami uscito, investigando cogli sguardi ogni sepolcro, ma nullaltro scrsi che le pietre funerarie, le cui iscrizioni indicavano il nome di coloro che dormivano leterno sonno alla loro ombra; infine, giunto allultimo, il pi profondo, scrsi in un canto una donna seduta, colle braccia conserte, gli occhi chiusi, che stringevasi fra i denti una ciocca de propri capelli; vicino a lei, sopra una pietra, vedevasi una lettera, una lampada spenta ed una tazza vuota. Era io forse giunto troppo tardi? era dessa morta? Provai la chiave, ma non si adattava alla serratura del cancello; al rumore che feci, la donna aperse due occhi stralunati, scost convulsivamente i capelli che ingombravanle il volto, e con un movimento rapido e meccanico si rizz in piedi come unombra. Io gettai insieme un grido ed un nome: Paolina! Allora la donna si precipit verso il cancello, e cadde ginocchioni.
Oh! sclam essa, collaccento della pi tremenda agonia; fatemi uscire di qui. Non ho veduto nulla, non dir nulla, ve lo giuro per mia madre! Paolina! Paolina! ripetei prendendole le mani traverso linferriata; Paolina, non avete nulla a temere; io vengo in vostro soccorso, vengo a salvarvi. Oh! dissella alzandosi; a salvarmi, a salvarmi!... s, salvatemi. Aprite questa porta, non indugiate un istante; finch non sar fuor di qui non creder alle vostre parole; in nome del cielo, aprite questa porta.
E scuoteva le ferree sbarre con tal forza di cui avrei creduto incapace una donna... Calmatevi, le dissi, non ho la chiave di questo cancello, ma posseggo i mezzi daprirlo; vado a cercarli. Non abbandonatemi! sclam ella tenendomi stretto pel braccio, che mi prese traverso linferriata; non abbandonatemi; non vi rivedrei pi... Paolina, le risposi, avvicinandomi la torcia al viso, non mi riconoscete? Oh! guardatemi, e giudicate se posso abbandonarvi. 
Paolina fiss i grandocchi neri ne miei, cerc per un istante nella memoria, poi dimprovviso: Alfredo di Nerval! grid. Oh! grazie, grazie, le dissi; voi non mavete dimenticato. S, son io che vi ho amato sempre, e che vamo tanto ancora. Capirete se potete fidare in me.
Un subitaneo rossore le color il pallido volto, tanto il pudore  inerente al cuor della donna; indi mabbandon il braccio. Ma starete via molto tempo? mi dissella. Cinque minuti. Andate dunque, ma cedetemi questa torcia, ve ne scongiuro; le tenebre mi ucciderebbero.
Le diedi la torcia; essa la prese, sporse le braccia fuor del cancello, appoggi il viso fra due sbarre per seguirmi cogli occhi sinch le fosse possibile; ed io maffrettai a riprendere il cammino pel quale era venuto. Nel momento di varcar la prima porta, mi rivolsi, e vidi Paolina nella medesima positura, immobile come una statua che reggesse una face col marmoreo braccio.
Fatti venti passi, trovai la seconda scala, ed al quarto gradino la leva ivi nascosta: ritornai subito: Paolina stava sempre al medesimo posto: gett un grido di gioia al rivedermi; io mi precipitai verso linferriata. La serratura nera tanto robusta, che dovetti rivolgere gli sforzi alla pietra, overano saldati i gangheri: mi accinsi allopra: Paolina mi faceva lume, e dopo replicati colpi, riuscii a spiombare uno de battenti. Lo tirai, ed esso cedette. Paolina cadde ginocchioni: da allora soltanto si credette libera.
La lasciai per un istante assorta nella sua preghiera di ringraziamento, indi entrai nella cappella sepolcrale. Allora ella si volse, prese vivamente la lettera che stava sulla pietra, e se la nascose in seno. Quel movimento mi ricord la tazza vuota; me ne impadronii con ansiet; un mezzo pollice di materia biancastra restava nel fondo. Cosa conteneva questa tazza? le domanda spaventalo. Veleno, rispose Paolina. E lo beveste? gridai. E poteva io sapere che voi veniste? mi dissella appoggiandosi allinferriata, che allora soltanto ricordossi di aver vuotata quella tazza unora o due prima del mio arrivo. Soffrite voi? le chiesi. Non ancora.
Allora mi venne qualche speranza. Da quanto tempo si trova il veleno in questo bicchiere? Da due giorni e due notti circa; non ho potuto calcolar bene il tempo. Osservai di nuovo il bicchiere, ed il residuo che ne copriva il fondo mi rassicur alquanto. In que due giorni e quelle due notti il veleno aveva dovuto precipitare, e Paolina non aveva bevuto che acqua, avvelenata s, ma non forse a un grado tale da cagionar la morte. Non c un minuto da perdere, le dissi sollevandola fra le braccia; bisogna fuggire per trovar soccorso. Cercher di camminare, rispose Paolina, allontanandosi con quel santo pudore che ne aveva gi suffuso il volto.
Cincamminammo verso la prima porta, che rinchiusi dietro di noi; varcata anche la seconda senza difficolt, ci trovammo nel chiostro. La luna risplendeva nel cielo sereno: Paolina cadde una seconda volta in ginocchio, presa da religiosa meditazione. Partiamo, partiamo, le dissi, ogni indugio vi pu esser fatale. Io soffro, sclam essa alzandosi.
Un freddo sudore mi bagn la fronte; la presi fra le braccia, come avrei fatto dun fanciullo, traversai le ruine, uscii dal chiostro e discesi, correndo, il monte. Giunto alla spiaggia, distinsi da lungi il bagliore di un fuoco; lo riconobbi pel segnale stabilito co miei battellieri, ondio potessi dirigermi al luogo ove la barca stava pronta. Al mare, al mare! gridai loro con voce imperativa, come per avvertirli che si affrettassero.
Obbedienti allordine, i due marinai si slanciarono nella barca, avvicinandola il pi che poterono alla riva. Io entrai nellacqua sino al ginocchio: essi presero Paolina dalle mie braccia, e ladagiarono nel fondo del battello. Me le slanciai vicino. Soffrite ancora? le chiesi. S, rispose Paolina.
Io era disperato; sprovvisto de mezzi necessari per soccorrerla, senza un antidoto efficace a distruggere gli effetti del veleno, non sapea che cosa fare; allora mi venne il felice pensiero che lacqua di mare poteva servire alluopo; ne riempii una conchiglia che trovai a caso nella barca, e la presentai alle labbra di Paolina.
Essa bevve macchinalmente. Ma che cosa fate mai?... voi la farete recere, sclam uno de pescatori.  il solo rimedio che la possa salvare.
In breve ella prov forti contrazioni di stomaco, tanto pi dolorose in quanto che da tre giorni non aveva preso che quel veleno. Passato il parossismo, parve alquanto sollevata; allora le presentai un bicchiere dacqua dolce, che trangugi con somma avidit. Ai dolori tenne dietro unestrema languidezza. Cogli abiti de battellieri e col mio pastrano le facemmo un letto soffice e possibilmente comodo. Paolina vi si sdrai sopra, accondiscendendo in tutto ai miei consigli. I suoi occhi ben presto si chiusero, ed essa cadde in profondo sonno. Io ne ascoltai un istante il respiro rapido, ma regolare. Ogni pericolo era intieramente svanito. A Trouville, dissi volgendomi con volto lieto ai marinai, a Trouville, e il pi presto possibile; arrivandovi, avrete venticinque luigi.
I battellieri, giudicando che il vento non soffiasse abbastanza forte per muovere rapida la barca, diedero di piglio ai remi, ed il battello vol sullonda come un uccello di mare in ritardo.
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Capitolo 5.
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Nellentrare in porto, Paolina riaperse gli occhi; il suo primo moto fu di spavento: ella credeva aver fatto un sogno consolante, e stese le braccia come per assicurarsi che non toccava pi i muri della sua tomba; poscia gir gli sguardi intorno con affannosa inquietudine. Ove mi conduceste? dissella. State tranquilla, le risposi; queste case che vi vedete dinanzi appartengono ad un povero villaggio: i suoi abitatori son troppo occupati per essere curiosi; voi vi resterete incognita sinch vi aggrada: del resto, se desiderate partire domani, questa notte, allistante, io partir con voi, io sar la vostra guida. Anche fuori di Francia? Dappertutto. Grazie, mi dissella; lasciatemi pensare unora; voglio tentar di raccapezzare le idee, poich in questo momento ho il cuore e la testa straziati e sconvolti; due giorni e due notti bastarono a logorare tutte le mie forze, e nel mio spirito provo una confusione che somiglia a pazzia. Sono ai vostri ordini; quando avrete bisogno di me, fatemi chiamare.
Ella, con un segno, mi estern la sua gratitudine per le premure da me prese a suo riguardo.
Giunti allalbergo, feci preparar una camera lontana dalla mia, per non offendere la delicatezza di Paolina; poi, raccomandai allalbergatrice di non darle che brodo panato, potendo qualunque altro alimento riescire pericoloso nello stato dirritazione e di debolezza in cui doveva avere lo stomaco.
Ritiratomi nella mia stanza, potei abbandonarmi al sentimento di gioia onde tutto era compreso lanimo mio per la salvezza di Paolina, mentre davanti a lei non aveva mai osato darvi libero sfogo. La donna chio amava ancora; colei, la cui memoria, malgrado una separazione di due anni, mera rimasta impressa in cuore, or mandava debitrice della vita! Ammirai per quali segrete tortuosit e combinazioni diverse il caso o la Provvidenza mi avevano condotto a quel risultato; poi, dimprovviso, un fremito mortale mi scorse per le vene, al pensiero che per la mancanza duna di codeste fortuite circostanze, senza il compimento dun solo di que piccoli casi, la cui catena avea formato il filo conduttore che mi guid in quel labirinto, a quellora medesima Paolina, rinchiusa in un sotterraneo, lotterebbe contro le convulsioni del veleno e della fame, mentrio, nella mia ignoranza, occupato in frivolezze, forse tripudiando nel piacere, lavrei lasciata cos agonizzare, senza che unispirazione, un presentimento, una voce fosse venuta a dirmi: Ella sta per morire; salvala!...
Rimasi unora in questo stato di profonda meditazione, e te lo giuro, continu Alfredo, non un pensiero, che non fosse puro, mi venne in cuore o nella mente. Io era lieto, altero daverla salvata; questazione portava con se la sua ricompensa, ed io non ne chiedeva altra che la felicit stessa dessere stato scelto per compierla.
Passata quellora ella mi fece domandare; mi alzai ratto come per slanciarmi verso la sua camera; ma, giunto alla soglia, le forze mi mancarono, fui costretto dappoggiarmi contro il muro, e bisogn che la fante dellalbergo tornasse ad invitarmi perch mi decidessi ad entrare cercando di vincere lemozione.
Ella erasi messa a letto, ma senza svestirsi; me le avvicinai collapparenza pi calma che potei ostentare; essa mi stese la mano. Se non vho ancora esternati i miei pi vivi ringraziamenti, mi disse, ne sia scusa limpossibilit in cui sono di trovare termini che vi esprimano la mia riconoscenza. Attribuitene la causa al terrore duna donna nella posizione in cui mi trovaste, e perdonatemi. Ascoltate, signora, le risposi, tentando reprimere lemozione, e vi prego di credere a quanto sto per dirvi... Sonvi posizioni tanto inaspettate e strane, che dispensano da tutte le solite forme e da tutte le preparazioni convenute. Dio mi ha condotto a voi, e ne lo ringrazio; ma la mia missione non  finita, lo spero, e forse voi avrete ancora bisogno di me. Ascoltatemi, dunque, e ponderate bene ogni mia parola. Io sono libero... son ricco... nulla mi costringe a stare in un luogo pi che in un altro. Divisava viaggiare: partiva per lInghilterra senza scopo: posso adunque cambiare il mio itinerario, e dirigermi ove meglio mi parr. Forse dovete voi lasciare la Francia? Io lignoro: non domando alcuno de vostri segreti: ma sia che restiate in Francia, sia che labbandoniate, disponete di me, signora, a titolo damico o di fratello; ordinate che vaccompagni davvicino o che vi segua da lungi; fatevi di me un difensore devoto, od esigete chio finga di non conoscervi, ed obbedir; e ci, senza secondi fini, senza speranze egoiste, senza cattiva intenzione. Ed ora che ho parlato, dimenticate la vostra et, obbliate la mia, o supponete chio sia vostro fratello. Grazie, mi rispose la contessa commossa; accetto con una fiducia simile alla vostra lealt, e mi rimetto intieramente al vostro onore; poich io non ho che voi al mondo, voi solo sapete chio esisto S, ben diceste; bisogna chio lasci la Francia. Vi recavate in Inghilterra: mi vi condurrete; ma io non posso andarvi sola e senza famiglia: voi mi offriste il titolo di vostra sorella; per tutti ormai non sar che madamigella di Nerval. Oh! sclamai; qual felicit  questa per me!
La contessa mi f segno dascoltarla. Io vi domando forse pi di quello che non crediate, dissella; anchio fui ricca, ma i morti non posseggono pi nulla. Ma io lo sono, e tutti i miei averi... Voi non mi capite, interruppella senza lasciarmi finire; voi mi costringete ad arrossire...Oh! perdono. Sar madamigella di Nerval, una figlia di vostro padre, se volete, unorfana che vi fu affidata. Dovete avere lettere di raccomandazione; mi presenterete come istitutrice in qualche collegio femminile. Parlo la lingua inglese e litaliana come la mia materna; so bene la musica, almeno me lo dicevano, talch potr dare lezioni di musica e di lingua. Ma  impossibile! le dissi. Ecco le mie condizioni, rispose la contessa; le ricusate voi, signore, o le accettate, fratello? Oh! far tutto quello che vorrete, tutto! Ebbene, non c tempo da perdere; bisogna che domani stesso noi partiamo;  possibile? S. E il passaporto?... Ho il mio. A nome del signor di Nerval? Aggiunger: e di sua sorella. Voi commettereste una falsit! Innocentissima. Preferite forse chio scriva a Parigi chiedendo un secondo passaporto?... No. no... ci vorrebbe troppo tempo. Da dove partiremo? DallHvre. Come?Col pacchebotto, se vi piace. E quando? Lo possiamo subito? Se volete, partiremo fra due ore. Siamo intesi; addio, fratello... A rivederci, signora. Ah! riprese la contessa sorridendo; ecco che mancate gi alle nostre convenzioni. Lasciatemi il tempo dabituarmi al dolce nome di sorella. Mi  forse costata tanta fatica a me? Oh! Voi!... sclamai. Mi accorsi che stava per dir troppo, e mi trattenni. Fra due ore, ripresi, tutto sar pronto secondo i vostri desiderii.
Ed inchinatomi uscii. Mi era offerto appena da un quarto dora, con tutta la sincerit dellanima, ad assumere la parte di fratello, e gi ne risentiva tutte le difficolt. Essere il fratello adottivo duna donna giovane e bella  gi cosa per s ardua e pericolosa; ma allorch si am questa donna; allorch la si  perduta per ritrovarla sola ed isolata, senzaltro appoggio che il vostro; quando una felicit reale, che voi credevate una chimera e risguardavate come un sogno, vi sta vicino, e che, stendendo la mano, la si tocca, oh! allora, ad onta della risoluzione presa, ad onta della parola data,  impossibile estinguere nellanima il fuoco che la divora, e qualche scintilla nesce sempre dagli occhi o dalla bocca...
Ritrovai i miei battellieri che cenavano e bevevano allegramente; comunicai loro il mio nuovo progetto di recarmi allHvre durante la notte, onde giungervi per la partenza del pacchebotto; ma essi ricusarono di tentare il tragitto nella barca che ci aveva condotti, e siccome dimandavano unora sola per allestire una nave pi solida, cintendemmo tosto sul prezzo, o meglio essi affidaronsi alla mia generosit. Aggiunsi cinque luigi ai venticinque che avevano gi ricevuti; per quella somma mavrebbero condotto in America.
Visitai gli armadi dellostessa. Paolina erasi salvata col solo vestito che indossava quando venne chiusa nel sotterraneo. Io temeva per lei, debole e sofferente come vedevala ancora, il vento e la nebbia della notte; scorsi in un guardaroba un ampio sciallo scozzese, e me ne impadronii, pregando la Oseraie di metterlo sul mio conto. Io sperava, grazie a quello sciallo ed al pastrano, che la mia compagna non sarebbe incomodata dal tragitto. Essa non si fece attendere, e discese, appena seppe che i battellieri erano pronti. Io intanto aveva saldato i debitucci contratti allalbergo; non avemmo dunque che a recarci al porto ed imbarcarci.
Come aveva preveduto, la notte era fredda, ma serena. Avvolsi la contessa nello sciallo, e volli farla entrare sotto la tenda fatta a poppa dai battellieri con una vela: ma la serenit del cielo e la tranquillit del mare la trattennero sul ponte; le mostrai una panca, e vi sedemmo lun vicino allaltra.
Eravamo ambedue tanto immersi nei nostri pensieri, che restammo cos senza rivolgerci sillaba. Io aveva lasciato cadere la testa sul petto, e pensava con istupore a quella serie di strane avventure cominciate per me, e la cui catena probabilmente si stenderebbe allavvenire. Ardeva dal desiderio di sapere quali casi avesser tratta la contessa di Beuzeval, giovane, ricca, amata, almeno in apparenza, da suo marito, ad aspettare, in un sotterraneo di unabbazia in rovina, la morte, alla quale io laveva per fortuna strappata. A quale scopo e per qual risultato suo marito aveva fatto spargere la notizia della di lei morte, ed esposta sul letto mortuario una straniera in vece sua?... Forse per gelosia?... Questa fu la prima idea che mi si present, idea spaventosa... Paolina amare un altro!... oh! allora svaniva il fascino di tutti i miei sogni, poich ella ritornerebbe senza dubbio alla vita per lui, pel suo amore; in qualunque parte del mondo essa fosse, costui la raggiungerebbe: allora io lavrei salvata per un altro; ella mi ringrazierebbe come un fratello, e tutto sarebbe finito; codestuomo mi stringerebbe la mano ripetendo di dovermi pi della vita; poi essi sarebbero felici duna felicit tanto pi sicura, perch ignorata!... Ed io tornerei in patria per soffrire, per lottare contro la forza irresistibile duna passione per cui aveva gi tanto sofferto; ma l mi attenderebbero patimenti mille volte maggiori, giacch questa felicit, gi traveduta da lungi, mi si era avvicinata per sfuggirmi pi crudelmente ancora, e forse verrebbe tempo nel quale maledirei lora in cui aveva salvata quella donna, e rammaricherei quel d che, morta per tutti, ella era forse viva per me, lungi da me, e per un altro presso di lui... Daltra parte, se ellera colpevole, la vendetta del conte era giusta... Al suo posto io non lavrei fatta morire... ma, certo... lavrei uccisa... e con lei luomo da lei amato... Paolina amante dun altro!... Paolina colpevole! oh! codestidea rodevami il cuore, e non lo lasciava in pace...
Rialzai la fronte; Paolina, col capo volto indietro, teneva lo sguardo fisso nel cielo, sparso di miriadi dastri scintillanti, e due lagrime irrigavanle le pallide guance. Cielo! sclamai; soffrite dunque?... E credete voi, dissella, conservando la sua immobilit, credete voi che si lasci per sempre patria, famiglia, madre, senza che il cuore ci si spezzi? Credete voi che si passi, se non dalla felicit, almeno dalla tranquillit alla disperazione, senza che il cuore ne soffra? credete voi che si traversi lOceano alla mia et, per andar a trascinare il resto della vita su terra straniera, senza mescere una lagrima ai flutti che vi trasportano lungi da tutto ci che amaste? Ma, le dissi,  dunque questo un addio eterno? Eterno! mormor essa scuotendo soavemente il capo. Non rivedrete voi pi quelli che piangete? Nessuno... E debbono tutti ignorare per sempre e senza eccezione, che colei, cui ritengono per morta e piangono, vive ancora e piange? Tutti per sempre... senzeccezione... Oh! sclamai; voi mi rendete felice, e mi togliete un gran peso dal cuore! Non vi comprendo, disse Paolina. Oh! non indovinate quali dubbi e quanti timori risvegliaste in me?... Non vinteressa di sapere per qual catena di circostanze io sia giunto a voi?... e ringraziate Dio davervi salvata, senza chiedermi i mezzi de quali egli si  servito? Avete ragione, un fratello non deve aver segreti per sua sorella... Voi mi racconterete tutto... e, alla mia volta, io non vi nasconder nulla... Nulla!... che!... voi mi lascerete leggere nel vostro cuore come un libro aperto?... S... e non vi troverete che la sventura accoppiata alla rassegnazione od alla preghiera... Ma non  ancor giunto il momento di svelarvi ogni cosa. Daltronde, la troppa vicinanza a tutte queste catastrofi mi toglie il coraggio di raccontarle... Oh! allora... quando vorrete... aspetter...
Ella alzossi. Ho bisogno di riposo, mi disse; non mi avete voi detto che potrei dormire sotto quella tenda?
Ve la condussi; stesi il mio mantello sul tavolato, poi ella mi f segno di lasciarla sola. Obbedii, e tornai a sedere sul ponte, al posto da lei occupato; posai il capo dove Paolina aveva deposto il suo, e rimasi cos sino al nostro arrivo allHvre.
 Lindomani sera noi approdammo a Brighton; sei ore dopo eravamo a Londra.
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Capitolo 6.
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 Appena arrivato, pensai di cercar subito un appartamento per mia sorella e per me; laonde mi presentai lo stesso giorno al banchiere al quale io era raccomandato; egli mindic una casetta mobigliata convenientissima per due persone e due domestici; lo incaricai di stipularne il contratto, e lindomani mi scrisse che il casino era a mia disposizione.
Mentre la contessa erasi coricata per gustare un riposo per lei s necessario, mi feci tosto condurre ad una bottega di biancheria; la padrona mi compose allistante un corredo di somma semplicit, ma completo e di buon gusto; due ore dopo tutti gli oggetti erano marcati col nome di Paolina di Nerval, e trasportati negli armadi della camera da letto di colei per cui erano destinati; mi recai poscia da una modista che mi serv colla medesima prontezza; quanto agli abiti, non potendo incaricarmi di darne le misure esatte, comperai alcune fra le stoffe pi belle che potei trovare, e pregai il mercante di mandarmi la sera medesima unabile sartora.
A mezzod fui di ritorno allalbergo; mi fu detto che mia sorella era svegliata, e maspettava per prendere il t: la trovai abbigliata duna veste semplicissima, chella aveva avuto il tempo di far eseguire durante le dodici ore che restammo allHvre. Quanto era bella vestita cos! Guardate, mi disse, vedendomi entrare, non mi saddice bene questa foggia che porto pel mio impiego, ed esiterete voi ora a presentarmi come vicedirettrice? Far tutto quello che vaggrada, le risposi. Oh! ma non  cos che dovete parlarmi, e se io sono nella mia parte, mi sembra che voi obliate la vostra: i fratelli, in generale, non son cos ciecamente condiscendenti alla volont delle loro sorelle, e soprattutto i fratelli maggiori Voi vi tradireste, guardatevene! Ammiro il vostro coraggio, le dissi, lasciando cadere le braccia e rimirandola; colla tristezza in cuore, poich voi soffrite dellanimo; col pallore sulla fronte, perch soffrite del fisico; lontana per sempre da tutti quelli che amate, come voi mi diceste, avete la forza di sorridere. Oh! piangete invece, piangete; lo preferisco, mi fa meno male. S, avete ragione, risposella, ed io sono una commediante inesperta. Si traveggono le lagrime, n vero, traverso il mio sorriso? Ma io aveva pianto durante la vostra assenza, ed ora ne sentiva sollievo; di modo che per uno sguardo men penetrante, per un fratello meno attento di voi, avrei potuto far credere daver gi dimenticato tutto. Oh! siate tranquilla, signora, soggiunsi con qualche amarezza, poich mi tornavano in mente tutti i miei sospetti; siate tranquilla; non lo creder giammai... E supponete voi che si dimentichi la propria madre, quando sapete che vi crede estinta e piange la vostra morte?... Oh! madre mia, mia povera madre!... sclam, prorompendo in singhiozzi e lasciandosi cadere sul canap...
Vedete come sono egoista, le dissi appressandomele; preferisco le vostre lagrime al vostro sorriso. Le lagrime sono confidenti, il sorriso  dissimulatore; il sorriso  il velo sotto cui il cuore si cela per mentire. Poi, vedendovi piangere, mi sembra che abbiate bisogno di me per tergere le lagrime; quando piangete, nutro la dolce lusinga di potervi consolare a poco a poco, prodigandovi cure, attenzioni e rispetto; mentre se vi foste gi consolata, quale speranza mi rimarrebbe mai? Sentite, Alfredo, rispose la contessa con un sentimento di profonda benevolenza, e chiamandomi per la prima volta col mio nome, non perdiamoci in uninutile gara di vane parole; accaddero fra noi casi s strani, che siamo dispensati, voi di adoperare circonlocuzioni con me, io astuzie con voi: siate sincero; interrogatemi liberamente; che cosa volete sapere? vi risponder. Oh! voi siete un angelo, sclamai, ed io sono un pazzo che non ha il diritto di sapere, n di chieder nulla; non fui io forse felice, quanto creatura umana poteva esserlo, ritrovandovi viva in quella tomba, portandovi fra le mie braccia quando discesi la montagna, quando vi appoggiaste a miei omeri in quella barca? Epper, non so perch, ma vorrei che vi minacciasse un eterno pericolo, per sentirvi palpitar sempre contro il mio cuore; unesistenza ripiena di simili sensazioni sarebbe presto logorata; forse non si vivrebbe pi dun anno cos, poi il cuore si spezzerebbe; ma qual lunga vita non darei io per un anno simile?...
Allora voi eravate tutta in preda ai vostri timori, ed io formava la sola vostra speranza: non vi tormentavano le reminiscenze di Parigi; voi non fingevate di sorridere per nascondermi le lagrime: io era felice!... non era geloso. Alfredo, riprese la contessa con nobile gravit, voi avete fatto assai per me ondio possa adoprarmi in qualche cosa per voi. Daltronde, bisogna che soffriate, e molto, per tenermi cotal linguaggio... poich parlandomi in tal guisa, mi provate dimenticarvi esser io sotto la vostra assoluta dipendenza; mi fate vergogna per me, mi fate soffrire per voi. Oh! perdonate, sclamai, cadendo alle sue ginocchia; ma voi sapete chio vho amata fanciulla, bench non ve labbia mai detto; sapete che la sola mancanza di patrimonio mi trattenne dallaspirare alla vostra mano, e sapete ben anco che, da quando vi ritrovai, questamore, addormentato in apparenza, ma per nulla estinto, si  svegliato pi ardente e vivo che mai... n fa bisogno dirvelo. Ebbene, ecco come soffro egualmente nel vedervi sorridere e nel vedervi piangere; sorridendo, voi mi nascondete un segreto; piangendo, me lo rivelate.
Ah!... voi amate, voi piangete la privazione delloggetto pi caro al vostro cuore!... Vingannate, rispose; se ho amato, ora non amo pi; se piango, queste lagrime mi sono strappate dallidea del dolore a cui sar in preda mia madre... Oh! Paolina, ripe-tetelo... giuratemi che non mentite... voi non amate pi nessunaltra creatura al mondo che lautrice de vostri giorni?... Dio, Dio!... E mi credereste capace di comperare la vostra protezione al prezzo di una menzogna?... Il cielo me ne guardi..., ma donde pu essere venuta la gelosia di vostro marito?... perch sol la gelosia pu averlo spinto a commettere tale infamia! Ascoltate, Alfredo;  pur duopo che vi palesi una volta il terribile arcano, e voi avete tutto il diritto di conoscerlo... Questa sera voi leggerete nel mio cuore la trista storia impressavi con indelebile marchio; questa sera disporrete ancor pi della mia vita, poich disporrete dellonor mio e di quello di tutta la mia famiglia; ma ad un patto... E quale? ditelo, io laccetto sin dora. Voi non mi parlerete pi del vostro amore; quanto a me, vi prometto di non dimenticare che mi amate. 
S dicendo, mi porse la mano; io la baciai con religioso rispetto. Per ora, soggiunse, non parliamone pi, e veniamo ad altro: che avete voi fatto stamattina? Fui in cerca, le risposi, duna casetta, ben semplice ed isolata, nella quale possiate esser libera e padrona, perch non potete restare in un albergo. E lavete trovata? S, a Piccadilly. E, se vi aggrada, andremo a visitarla dopo colazione. Allora porgetemi la vostra tazza.
Preso il t, ci recammo in vettura al nostro futuro domicilio. Era una casa inglese, a soli due piani, ma di un disegno moderno e grazioso a un tempo, colle persiane verdi ed abbellita dun giardinetto sparso di fiori. Il pian terreno doveva esserci comune: aveva destinato il primo per Paolina, riserbando per me il secondo.
Noi salimmo al suo appartamento. Lo componevano unanticamera, una sala, una stanza da letto, uno spogliatoio ed un gabinetto di lavoro, overa riunito tutto loccorrente per ricrearsi nella musica e nella pittura. Apersi gli armadi; la mercantessa mi aveva tenuto parola. Ch questo?... chiese Paolina sorpresa. Entrando in un collegio, le risposi,  necessario che voi siate provvista dun corredo che sovvenga ai vostri bisogni. Io lo feci marcare colle iniziali P. N., Paolina di Nerval; esso vi appartiene. Grazie, fratello.
Entrammo nella camera da letto. Paolina vi trov due cappellini di gusto affatto parigino, ed uno sciallo di cascemiro semplicissimo e gentile. Alfredo, mi disse la contessa, voi avreste dovuto lasciarmi entrar sola qui, poich, apprezzando i vostri doni, io arrossisco davervi dato tanto disturbo... Poi, a dirvi il vero, non so se debba... Mi renderete in seguito sul frutto delle vostre lezioni quanto ho sborsato per voi, interruppi sorridendo; un fratello pu prestare alla sorella. Pu anche regalarla, quandegli sia pi ricco di lei, disse Paolina, poich, in codesto caso, colui che dona  il pi felice. Oh! voi avete ragione, sclamai; quanta delicatezza alligna nel vostro nobil cuore! grazie, grazie...
Passammo nel gabinetto da lavoro; sul pianoforte stavano le romanze pi nuove, i pezzi pi in voga di Bellini, di Meyerbeer, di Rossini. Paolina, aprendo un quaderno di musica, cadde in meditazione profonda. Cosavete? le dissi, vedendo che i suoi sguardi rimanevano sempre fissi sulla medesima pagina, e sembrava aver dimenticato chio le stava vicino. Cosa strana! mormor ella, rispondendo al suo pensiero ed alla mia domanda a un tempo;  una settimana al pi chio cantava questo medesimo pezzo in casa della contessa M... Allora aveva una famiglia, un nome, unesistenza... Otto giorni trascorsero... e pi nulla mi rimane...
Poi impallid, chiuse gli occhi e cadde, piuttosto che sedere, sopra una poltrona: parea che stesse proprio per morire... Me le avvicinai; ella chiuse gli occhi; compresi che stava tutta assorta ne suoi pensieri; sedei al suo fianco, ed appoggiandole la testa alle mie spalle: Povera sorella! le dissi.
Allora proruppe in nuove lagrime, senzessere per accompagnate da convulsioni, n da singhiozzi: ella versava in silenzio un melanconico pianto, di quelle lagrime che portano seco una certa soavit, e che bisogna non vengano trattenute da quelli che le contemplano. Poco dopo riaperse gli occhi, sorrise; indi si alz. Non avvi un secondo piano? chiese. S, e componesi dun appartamento simile a questo. E devessere occupato? Lo deciderete voi. Bisogna accettare di buon grado la posizione, che il destino ci ha imposta. Agli occhi del mondo voi dovete comparire mio fratello;  dunque naturalissimo che voi abitiate nella medesima casa ove son io, mentre si troverebbe senza dubbio strano che andaste a dimorare lontano da me; questo appartamento sar dunque il vostro. Ora scendiamo in giardino.
Ci trovammo in mezzo ad un verde praticello smaltato di fiori. Ne facemmo due o tre volte il giro, percorrendo un viale sabbioso e circolare che lattorniava; poi, Paolina and verso un cespuglio di rose, e ne compose un gentil mazzetto. Guardate queste povere rose, mi dissella tornando a me; come son pallide e quasi senza odore. Non sembran esuli che languono lungi dalla terra natia? Credete voi che esse pure conservino unidea di quel che sia la patria, e che, soffrendo, abbiano il sentimento del loro patire? Vingannate, le risposi; questi fiori son nati qui; questaria  latmosfera che loro conviene; sono figli della nebbia e non della rugiada; un sole pi ardente li brucerebbe. Daltra parte queste rose son fatte per ornare capelli biondi e per armonizzare colla pallida carnagione delle abitatrici del Nord. Per voi, per la nera vostra chioma saddirebbero meglio le rose dai colori vivaci che fioriscono in Ispagna. Noi andremo l a cercarne quando lo vorrete.
Paolina sorrise mestamente. S, dissella, in Ispagna... in Isvizzera... in Italia... dappertutto, fuorch in Francia.
Poi continu a camminare senza proferir verbo, spargendo, nella sua distrazione, le foglie delle rose sul sentiero. Ma, le dissi, avete dunque perduta per sempre la speranza di rimpatriare? Non son io morta?... Ma cambiando nome?... Bisognerebbe che cambiassi anche il volto. Ma  tanto terribile questo segreto?  una medaglia a due facce, che presenta da una parte il veleno, dallaltra il patibolo. Ascoltate, or vi narrer questo mistero; fa duopo che lo sappiate, e quanto pi presto, tanto meglio. Ma voi narratemi prima per qual miracolo la Provvidenza vha condotto in mio soccorso.
Andammo a sedere su di un banco, allombra dun maestoso platano.
Allora cominciai dal mio arrivo a Trouville. Narrai tutto; in qual modo, sorpreso dalla procella e spinto sulla costa, nel cercar un ricovero contro la pioggia, fossi entrato nelle rovine dellabbazia, e come, risvegliato a mezzo del sonno dal rumore duna porta, avessi veduto uscire un uomo dal sotterraneo e nascondere qualche oggetto, che non potei ben distinguere, sotto la pietra duna tomba, donde erasi risvegliata in me la curiosit di penetrare larcano. Le esposi il mio viaggio a Dives, la fatal novella intesavi, la disperata mia risoluzione di rivederla ancora una volta, il mio stupore e la mia gioia nel riconoscere che il funebre ammanto copriva una straniera in vece sua; finalmente, la mia spedizione notturna, la scoperta della chiave celata sotto lavello, il mio ingresso nel sotterraneo, la mia felicit ed il mio contento di ritrovarla. Accompagnai tutto il racconto con quellespressione dellanima che, senza proferir la parola amore, la fa palpitare in ogni frase, in ogni gesto, e mentrio favellava, mi sentiva felice e ricompensato, vedendo il mio appassionato linguaggio commoverla e ricercarle segretamente il cuore. Allorch ebbi finita la narrazione, ella mi prese la mano, la strinse tra le sue senzaprir bocca, mi guard con espressione dangelica riconoscenza; poi, rompendo il silenzio: Giuratemi, per quanto avete di pi sacro, di non palesar mai ad alcuno il segreto che sto per dirvi, se non quando la morte avr troncato i miei giorni, quelli del conte e di mia madre. Lo giuro sullonor mio, le risposi. Allora ascoltate.
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Capitolo 7.
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Non fa duopo dirvi qual fosse la mia famiglia; voi la conoscete; essa si componeva di mia madre e dalcuni parenti lontani. Io possedeva qualche patrimonio. Aim! linterruppi io; fosse piaciuto al cielo che foste stata povera!... Mio padre, continu Paolina senza sembrar di por mente alla mia esclamazione, mi lasci, morendo, circa quarantamila lire di rendita. Siccome io sono unica, era una bella sostanza. Mi presentai dunque nel mondo colla riputazione di ricca ereditiera. Voi dimenticate, soggiunsi, quella duna meravigliosa bellezza, insieme ad uneducazione compita. Vedete bene che io non posso continuare, mi rispose Paolina sorridendo, se minterrompete sempre. Oh!  perch non potete dire, al par di me, tutto leffetto che produceste nella societ:  questa una parte della vostra storia che conosco pi di voi stessa; senza addarvene, voi eravate la regina di tutte le feste; regina dal serto domaggi, invisibile ai vostri soli sguardi. Io vi vidi allora per la prima volta in casa della principessa Bel... Quante celebrit aveva larte ed il genio, erano raccolte nelle sale di quella gentile profuga milanese... Si cant: allora i nostri dilettanti virtuosi saccostarono ciascuno a sua volta al pianoforte; tutta la dotta istrumentazione e la soavit di canto riunironsi in prima ad allettare quella turba di amatori, sempre maravigliati di trovare nelleletta societ quella perfetta esecuzione che si cerca e sincontra s di rado in teatro; poi, qualcuno parl di voi, profer il vostro nome. Perch il mio cuore palpit a quel nome chio intendeva per la prima volta? La principessa si alz, vi prese per mano e vi trascin qual una vittima allaltare della melodia; ditemi inoltre perch, vedendovi cos confusa, io provai un senso di timore, come se foste stata mia sorella, io che non vi conosceva se non da un quarto dora appena? Oh! io tremava forse pi di voi, e certo eravate ben lungi dal pensare che l, vicino a voi, un cuore, simpatizzante col vostro, palpitasse del vostro timore, e si sarebbe inebriato del vostro trionfo! Voi sorrideste: le prime note uscirono tremanti ed incerte; poi la voce irruppe pi chiara e vibrata; i vostri occhi cessarono di fissare la terra e si rivolsero al cielo. La gente che vi circondava disparve, e non so se gli applausi arrivassero sino a voi, tanto il vostro spirito sembrava spaziare al di sopra di essa: voi cantavate unaria di Bellini, melodiosa e semplice, ma piena di lagrime, comegli solo sapeva comporne. Io non vi applaudiva, piangeva. Foste ricondotta al vostro posto in mezzo alle congratulazioni; io solo non osava avvicinarmi, ma andai a mettermi in un posto dal quale potessi contemplarvi. La festa riprese il suo corso, la musica continu a farne gli onori, scuotendo sulluditorio rapito i melodiosi e svariati suoi vanni; ma io non udiva pi nulla; dacch avevate lasciato il pianoforte, tutti i miei sensi eransi concentrati in voi sola. Io vi guardava assorto in estasi. Vi ricordate quella sera? S, credo ricordarmela. Dopo dallora, udii unaltra volta non gi quellaria stessa, ma la canzone popolare che linspir. Mi trovava in Sicilia, verso la sera duno di que giorni come Dio non ne cre che per lItalia e la Grecia; il sole tramontava dietro Girgenti, lantica Agrigento. Seduto sullorlo duna strada, aveva a manca, e che cominciava a perdersi nellombra nascente, tutta quella spiaggia, coperta di ruine, in mezzo alle quali i soli suoi tre templi sorgevano ancora. Al di l della spiaggia, stendevasi il mare tranquillo e terso come argenteo specchio; a destra, la citt spiccava vigorosamente sopra un fondo doro. Aveva a me dinanzi una giovanetta che tornava dalla fontana, recando sul capo una di quelle lunghe anfore antiche di forma tanto graziosa: ella cantava, passando, la canzone di cui test vi parlai. Oh! se sapeste cosa provai in me! qual impressione mi fece nellanimo! Chiusi gli occhi, lasciai cadere la testa fra le mani: mare, citt, templi, tutto disparve, perfin quella figlia della Grecia, che veniva come una fata a farmi ringiovanir di tre anni, trasportandomi in pensiero nelle sale della principessa Bel... Allora vi rividi, udii di nuovo la vostra voce scuotermi le fibre; vi contemplava con estasi, poi a un tratto un profondo dolore massalse, che voi non eravate gi pi la fanciulla da me tanto amata, e che si chiamava Paolina di Meulien; eravate la contessa di Beuzeval. Aim! Aim!... Ohi pur troppo... aim! mormor Paolina.
Noi restammo ambidue alcuni istanti senza proferir parola. Paolina si ricompose per la prima.
S, fu il tempo pi bello, il pi felice della mia vita, continu essa. Oh! le fanciulle non conoscono mai la loro felicit; esse non sanno che la sventura non osa toccare il casto velo che le avvolge, e del quale un marito viene a spogliarle. S, io fui felice per tre anni; in codesto tempo non so se il sole brillante de miei anni giovanili si oscurasse un sol giorno, e se una di quelle innocenti emozioni che le ragazze prendono per amore vi passasse come una nube. Nella state ci recavamo al nostro castello di Meulien; linverno, tornavamo a Parigi. La state scorreva in mezzo alle feste campestri, e linverno bastava appena ai piaceri della capitale. Io non poteva pensare che una vita cos lieta e serena potesse offuscarsi; mi inoltrava in essa lieta e fiduciosa.
Giunse cos lautunno del 1830. Madama Lucienne, il cui marito era stato grande amico di mio padre, aveva la sua villeggiatura vicino alla nostra. Essa cinvit una sera, me e mia madre, a passare lindomani al suo castello. Lucienne e suo figlio, con alcuni suoi amici di Parigi, serano riuniti per una caccia al cignale, ed un gran pranzo doveva celebrare la vittoria del moderno Meleagro. Gradimmo linvito.
Quando arrivammo, i cacciatori erano gi partiti, ma essendo il parco cinto di muri, noi potevamo facilmente raggiungerli; daltra parte, tratto tratto dovevamo udire il suono del corno, e seguendo la direzione donde partiva, potevamo godere della caccia senza dividerne le fatiche ed i pericoli. Il marito della Lucienne era rimasto presso di noi per tenere compagnia a sua moglie, a sua figlia, a mia madre ed a me. Paolo, suo figlio, dirigeva la caccia.
A mezzogiorno, il suono del corno si avvicin sensibilmente; noi udimmo pi volte echeggiare la medesima aria: il signor di Lucienne ci avvert che il cignale era in vista, chera straccato, e, se volevamo, esser tempo di salire a cavallo. In quel mentre, uno de cacciatori arriv di gran galoppo, venendo in cerca di noi per parte di Paolo, perch il cignale non poteva tardar molto ad essere circondato dai cani. Il signor di Lucienne appese una carabina allarcione della sella; noi salimmo tutte e tre a cavallo, e partimmo. Le nostre due madri poi si recarono a piedi ad un padiglione intorno al quale girava la caccia.
Non tardammo a giungere sul campo della lotta, e per quanta fosse stata dapprima la mia ripugnanza di prendervi parte, in breve il suono del corno, la rapidit della corsa, i latrati dei cani, le grida dei cacciatori ci esaltarono. Lucia ed io, mezzo ridendo, mezzo tremanti, galoppammo al par dei pi abili cavalieri. Due o tre volte vedemmo il cignale traversare i viali, e ciascuna volta i cani lo inseguivano pi davvicino. Finalmente, and ad accularsi contro una grossa quercia, e si volse ad affrontare i cani. Lanimale si era fermato su duno spianato ove guardavano proprio le finestre del padiglione, di modo che la Lucienne e mia madre poterono assistere allo scioglimento del dramma senza perderne alcuna particolarit.
I cacciatori erano disposti in cerchio a quaranta o cinquanta passi di distanza dal luogo ove fervea la zuffa: i cani, eccitati dalla lunga corsa, eransi gettati tutti sul cignale, quasi scomparso sotto la loro massa mobile e variegata. Di quando in quando alcuni degli assalitori veniva lanciato ad unaltezza di otto o dieci piedi, e ricadeva urlando e tutto insanguinato; indi, pi feroce, si gettava di nuovo in mezzo alla muta, e, sebben ferito, tornava ad azzannar lavversario. La zuffa dur circa un quarto dora, e gi pi di dieci o dodici cani erano feriti mortalmente. Quello spettacolo crudele diveniva per me un supplizio, ed il medesimo effetto, a quanto sembra, produceva sugli altri spettatori, poich intesi la Lucienne gridare: Basta, basta! te ne prego, Paolo, basta!
Paolo salt subito gi da cavallo colla carabina in mano, mosse alcuni passi verso il cignale, lo prese di mira in mezzo ai cani, e spar. Nel medesimo istante, poich fu come un lampo, la muta si divise, il cignale ferito pass fra essa, e prima che madama Lucienne avesse avuto il tempo di gettare un grido, si lanci su Paolo, che cadde rovescioni; lirritato animale, invece di proseguire la corsa, si arrest ad inveire sul novello suo nemico.
Succedette allora un terribile silenzio; la madre del giovane, pallida come spettro, colle braccia tese verso il figlio, voleva parlare, ma non pot che mormorare con voce appena intelligibile:Salvatelo! salvatelo Il signor di Lucienne, chera il solo armato, spian la carabina, e volle prender di mira lanimale; ma Paolo era disotto: la pi piccola deviazione della palla, ed il padre uccideva il figlio. Un tremito convulsivo lo assalse; conobbe la sua impotenza, e lasciando cader larme, si precipit verso Paolo, gridando: Soccorso! Soccorso! Gli altri cacciatori lo seguirono. In quel punto, un giovine balz gi da cavallo, afferr il fucile, e colla voce ferma ed imperiosa che comanda: Largo, signori! largo, grid.
I cacciatori si divisero per lasciar libero il passo al messaggero di morte che doveva giungere prima di loro. Quanto vi narro accadde in men dun minuto. Tutti gli sguardi fissaronsi tosto sul tiratore e sulla terribile meta chegli erasi prefisso. Per lui, fermo e tranquillo come se fosse rimpetto ad un bersaglio, alz lentamente da terra la canna della carabina; poi, giunta questa ad una certa altezza, il cacciatore ed il fucile divennero immobili quasi fossero stati di pietra; il colpo part, ed il cignale, mortalmente ferito, rotol a due o tre passi da Paolo, che, sbarazzato dellavversario, si rizz in ginocchio stringendo in pugno il paloscio. Precauzione inutile!... la palla era stata guidata da un occhio troppo infallibile per non riescir mortale. La Lucienne gett un grido e svenne. Lucia si curv sul cavallo, e sarebbe caduta, se uno dei picchieri non lavesse sorretta; io discesi di sella e corsi da madama Lucienne. Tutti i cacciatori stavano intorno a Paolo ed al cignale ucciso a suoi piedi, fuorch il tiratore, il quale, fatto il colpo, avea deposto tranquillamente la carabina contro il tronco duna pianta.
Paolo non aveva che una leggera ferita alla coscia; quando sua madre si riebbe dallo svenimento, trovossi nelle braccia del figlio e del marito. Dileguata la prima emozione, la signora di Lucienne volse in giro gli sguardi; ella doveva esprimere tutta la sua gratitudine materna ad un uomo: cercava il salvatore di suo figlio. Suo marito parve indovinarne il desiderio, e lo condusse a lei: madama Lucienne gli prese la mano, volle ringraziarlo, proruppe in lagrime, e non pot pronunziare che queste parole: Oh! signor conte di Beuzeval...
Era dunque lui! sclamai io. S, il conte Orazio. Lo vidi cos per la prima volta, circondato dalla riconoscenza di unintera famiglia, e di tutto il prestigio dellemozione che mi aveva cagionata questa scena ondera stato leroe. Era esso un giovine pallido, piuttosto piccolo, docchi neri e capelli biondi. A prima vista, mostrava appena ventanni, ma, guardandolo pi attentamente, si vedevano alcune lievi rughe partire dallangolo delle palpebre, ed allargasi verso le tempia, mentre una crespa impercettibile gli traversava la fronte, indicando labituale presenza di un tetro pensiero nel profondo della sua mente o del cuore; labbra pallide e sottili, una bella dentatura, mani gentili, formavano un complesso che, a primo aspetto, minspir piuttosto un sentimento di ripulsione che di simpatia, tanto era fredda, in mezzo alla generale esultanza, la fisonomia di quelluomo, cui una madre ringraziava caldamente daverle conservato il figlio.
La caccia essendo finita, si torn al castello. Rientrando nella gran sala, il conte di Beuzeval si scus di non poter restare a lungo in nostra compagnia, essendosi impegnato per un pranzo a Parigi; gli fecero osservare, che aveva quindici leghe da percorrere e quattro ore appena per giungere a tempo; il conte rispose, sorridendo, che il suo cavallo era avvezzo a simili corse, e diede lordine al suo servo di condurglielo. Costui era un Malese che il conte Orazio aveva condotto seco da un viaggio fatto nelle Indie per raccogliere una grossa eredit, e che aveva conservata la foggia del suo paese. Quantunque fosse in Francia da tre anni, non parlava che la lingua nativa, di cui il conte conosceva alcuni vocaboli, merc de quali si faceva servire.
Il Malese obbed con meravigliosa prontezza, e traverso i vetri delle finestre noi vedemmo sbuffare i due cavalli, onde tutti ammirarono la magnifica razza.
Accompagnammo il conte sino allo scalone: la Lucienne sembrava non avesse avuto il tempo di esprimergli tutta la sua riconoscenza, e gli stringeva le mani supplicandolo a ritornare. Il conte lo promise volgendomi un rapido sguardo, che mi fece chinar gli occhi come pel bagliore dun lampo, poich, senza saperne la causa, mi parve a me diretto; quando rialzai il capo, il conte stava a cavallo; sinchin unultima volta alla Lucienne, ci diresse un saluto generale, fece colla mano un segno damicizia a Paolo, ed abbandonando le redini sul collo del palafreno, che lo trasport di galoppo, sparve in breve alla svolta della strada.
Ognuno era rimasto al suo posto, guardandolo in silenzio, poich quelluomo possedeva qualcosa di straordinario che attirava lattenzione; si presagiva una di quelle possenti organizzazioni che spesso la natura, come per capriccio, si diverte a racchiudere in un corpo che sembra troppo debole per contenerle; cos il conte pareva un composto di contrasti. Per quelli che nol conoscevano, aveva lapparenza debile e languida dun uomo colpito da malattia organica; pe suoi amici e compagni, era un uomo di ferro, resistente a tutte le fatiche, impassibile a tutte le emozioni, domatore di tutti i bisogni: Paolo laveva veduto passare notti intere al giuoco, o a mensa, e lindomani, mentre gli altri convitati o colleghi di giuoco dormivano, partire, senzaver riposato unora sola, per una caccia o per una corsa, con nuovi compagni, stancandoli al par de primi, senza che la fatica si manifestasse in lui altro che per un crescente pallore ed una tosse secca a lui abituale, ma che, in siffatti casi, diventava pi gagliarda.
Io ascoltava, non so perch, codesti dettagli con interesse infinito; per certo la scena di cui era stata testimone, il sangue freddo onde il conte aveva dato prova, lemozione recente da me provata, erano causa dellattenzione chio prestava a tutto ci che si raccontava di lui. Del resto, il pi abile calcolatore non avrebbe potuto inventare di meglio di quella partenza repentina, che lasciava in certo qual modo il castello deserto, tanto immensa era limpressione da lui prodotta ne suoi abitanti.
Si venne ad annunciare essere il pranzo imbandito. La conversazione, per poco interrotta, torn a ravvivarsi alle frutta, e, come prima, il conte fu loggetto costante dei nostri discorsi... Allora, sia che quella continua attenzione, rivolta ad un solo, paresse ad alcuni scortese per gli altri; sia che infatti molte delle qualit accordategli fossero contrastabili, si venne ad una leggera disputa sul suo strano tenore di vita, sulla sua fortuna dignota fonte, e sul di lui coraggio, che un commensale attribuiva alla sua grande abilit nel maneggio della spada e della pistola... Paolo si fece, naturalmente, il difensore di quegli cui doveva lesistenza: disse, la vita del conte Orazio non differire da quella di quasi tutti gli uomini di moda; la sua fortuna provenire dalleredit percepita da uno zio di sua madre, vissuto quindici anni nelle Indie. Quanto al suo coraggio, il conte averne dato prova non solo in alcuni duelli da cui era sempre escito vincitore, ma in altre ben pi difficili circostanze. Allora Paolo ne raccont parecchie, una delle quali mi rimase impressa nella memoria.
Il conte Orazio, arrivando a Goa, aveva trovato morto lo zio; ma un testamento fatto in suo favore toglieva ogni contrasto, e sebbene due giovani Inglesi, parenti del defunto, poich la madre del conte era inglese, si trovassero eredi al medesimo grado di lui, pure si vide unico possessore delleredit che reclamava. Del resto, i due giovani Inglesi erano ricchi, occupavano ambidue un grado nellesercito britanno, di guarnigione a Bombay. Essi ricevettero il cugino, se non con affezione, almeno con cortesia, e prima della sua partenza per la Francia, gli offrirono, insieme ad altri officiali, un pranzo di commiato, che Orazio accett di buon grado. Egli era pi giovane di quattro anni a quellepoca, e sembrava averne soltanto diciotto, quantunque realmente ne avesse venticinque: la sua taglia elegante, la carnagione pallida, la candidezza delle mani davangli laspetto duna donna vestita da uomo. Perci, a prima vista, gli officiali inglesi misurarono dallapparenza il coraggio del loro convitato. Il conte, dal canto suo, colla rapidit di giudizio che lo caratterizzava, comprese tosto leffetto da lui prodotto sugli ospiti, e certo delle loro intenzioni beffarde, stette allerta, risoluto di non partire da Bombay senza lasciarvi un ricordo del suo passaggio. Sedendo a mensa, i due giovani officiali chiesero al parente se parlasse inglese; ma, bench il conte conoscesse quellidioma tanto bene quanto il nostro, rispose modestamente di non intenderne sillaba, e preg quindi que signori, qualora desiderassero chegli vi partecipasse, a sostenere la conversazione in francese.
Questa dichiarazione diede assoluta libert ai convitati, ed il conte subito saccorse di essere bersaglio ad un continuo motteggio. Pure dissimul il suo giusto risentimento col sorriso sulle labbra e lilarit negli occhi; si fece per pi pallido, e per ben due volte spezz fra i denti lorlo del bicchiere che portava alle labbra. Al desserre lo strepito raddoppi col vino di Francia, ed il discorso cadde sulla caccia: allora si chiese al conte in qual modo e qual genere di salvaggiume egli cacciasse nella sua patria. Orazio, deciso di sostenere la sua parte sino alla fine, rispose che cacciava ora in pianura e col cane da fermo la pernice e la lepre, ora nei boschi inseguiva a cavallo la volpe ed il cervo.Ah! Ah! disse ridendo un commensale; voi cacciate la lepre, la volpe ed il cervo! ebbene, noi qui cacciamo la tigre. Ed in qual maniera? chiese il conte con naturale semplicit. In qual maniera? rispose un altro; ma saliti sugli elefanti, e cogli schiavi, alcuni de quali, armati di picche e di aste, fanno fronte alla belva, mentre gli altri ci caricano i fucili, che noi spariamo. Devessere un bel passatempo, rispose il conte. Qual peccato, disse uno dei giovani, che partiate s presto, caro cugino... noi avremmo potuto procurarvelo! Davvero, riprese Orazio, mi rincresce che mi manchi una simile occasione, e, se non ci fosse da perdere tanto tempo, rimarrei volentieri. Ma, soggiunse il primo, siete esaudito appieno; a tre leghe di qui, in una jungla che costeggia le montagne e si stende dalla parte di Surate, avvi una tigre co suoi nati. Alcuni Indiani, ai quali essa ha rapito qualche pecora, son venuti appunto ieri ad avvertirci; volevamo aspettare che i tigrotti diventassero pi forti per fare una caccia in regola; ma, poich abbiamo la bella occasione desservi graditi, anticiperemo la spedizione di quindici giorni. Ve ne sono proprio obbligato, disse il conte inchinandosi; ma siete poi certi che la tigre si trovi ove si crede? Non c alcun dubbio. E si sa il luogo del suo covile?  facile riconoscerlo salendo sopra una rupe che domina il canneto; i sentieri battuti dalla fiera sono tracciati in mezzo alle canne spezzate, e tutti mettono capo ad un centro, come i raggi duna stella. Ebbene! riprese il conte, empiendo il bicchiere ed alzandosi come per far un brindisi; alla salute di chi andr ad uccidere la tigre in mezzo al canneto, fra i due suoi nati, solo, a piedi, e senzaltra arme che questo pugnale.
S dicendo, tolse dalla cintola di uno schiavo un pugnale malese, e lo mise sulla tavola. Siete voi pazzo? esclam uno dei convitati. No, signori, non son pazzo, rispose il conte con amarezza mista a disprezzo; io rinnovo il mio brindisi. Ascoltate dunque bene, affinch quegli che vorr accettarlo sappia limpegno che si assume vuotando il suo bicchiere. Alla salute di colui, ripeto, che andr ad uccidere la tigre, in mezzo al canneto, fra i due suoi nati, solo, a piedi, e senzaltra arme che questo pugnale!
Regn nella sala, per un istante, profondo silenzio, durante il quale il conte interrog successivamente tutti gli sguardi che si abbassarono. Nessuno risponde? dissegli con un sorriso; nessuno osa accettare il mio brindisi... nessuno ha il coraggio di rendermi giustizia? Ebbene, andr... io... e se non mantengo la mia parola, chiamatemi un miserabile, comio dico che siete tanti vili.
Ci detto, vot il bicchiere, lo depose tranquillamente sulla tavola, ed avanzandosi verso la porta: A rivederci domani, signori, disse. Ed usc.
Il giorno dopo, a sei ore del mattino, Orazio era pronto per la terribile caccia, quando i commensali entrarono nella sua camera. Essi venivano a supplicarlo di desistere dalla temeraria intrapresa, il cui risultato non poteva riuscire che fatale per lui. Ma il conte non di ascolto alle loro istanze. Essi riconobbero daver avuto torto il d prima, e che la loro condotta era stata quella di giovani insensati. Il conte li ringrazi delle loro scuse, ricusando per altro di accettarle. Allora gli fu proposto di scegliere uno fra essi e misurarsi con lui, se egli credevasi troppo offeso per non esigere una riparazione. Orazio rispose, con ironia, che i suoi principii religiosi gli vietavano di versare il sangue del prossimo; che, dal proprio lato, ritirava le parole pungenti da lui dette; ma, quanto a quella caccia, nulla al mondo poteva costringerlo a rinunciarvi. Poscia invit quei signori a salire a cavallo ed a seguirlo, prevenendoli del resto, che qualora rifiutassero di onorarlo della loro compagnia, sarebbe andato anche solo ad affrontare la tigre. Questa risoluzione veniva con tal fermezza formulata, e parve tanto irrevocabile, chessi rinunciarono a distoglierlo dal suo progetto. Saliti tutti a cavallo, vennero a raggiungerlo alla porta orientale della citt, doveransi dato convegno.
La cavalcata sincammin in silenzio verso il luogo indicato; ogni cavaliere era munito di uno schioppo a due canne o duna carabina. Il conte solo era senzarmi; vestiva elegantemente come un lion che savvii ad una passeggiata nei boschi di Boulogne. Tutti guardavanlo con istupore, non potendo credere chegli serbasse sin allultimo tanto sangue freddo.
Giunti allorlo del padule, gli officiali rinnovarono gli sforzi onde persuadere il conte a non avventurarsi pi oltre. In mezzo alla disputa, e come per venir loro in aiuto, si ud un forte ruggito alla distanza dun centinaio circa di passi; i cavalli, inquieti, simpennarono sbuffando e nitrendo. Vedete, signori? disse il conte;  troppo tardi, siamo riconosciuti; lanimale si accorse al certo che noi siamo qui, e non voglio, abbandonando lIndia, che forse non rivedr mai pi, lasciare cattiva opinione di me, neppur ad una tigre. Avanti, signori.
E spron il cavallo per giungere, costeggiando il padule, alla rupe, dallalto del quale dominavansi i canneti fra cui la tigre aveva il covo.
Arrivando alle falde della rupe, si fece udire un secondo ruggito, ma cos forte e vicino, che uno de cavalli fe un salto, e poco manc non gettasse a terra il cavaliere; gli altri tutti, colla schiuma alla bocca, le nari aperte, gli occhi smarriti, tremavano sulle gambe, come se fossero appena usciti dallacqua ghiacciata. Allora, ognuno smont, i palafreni furono consegnati ai servi, ed il conte cominci pel primo ad arrampicarsi sul masso, dalla cui vetta voleva esaminare il terreno.
Infatti, da quellaltura egli seguiva cogli sguardi, fra le canne spezzate, le vestigia della terribil fiera; vari sentieri, larghi due piedi circa, vedevansi segnati fra le alte erbe, e ciascuno, come avevan detto gli officiali, metteva capo ad un sol centro, dove le piante, atterrate, formavano una radura. Un terzo ruggito che partiva da quel luogo valse a togliere ogni dubbio, e ad indicare al conte ove dovesse andar ad affrontare il nemico.
Allora, il pi anziano degli officiali si avvicin di nuovo ad Orazio, il quale, indovinandone lintenzione, gli fece freddamente segno colla mano esser inutile ogni insistenza. Poi sabbotton il pastrano, preg un cugino di prestargli la sciarpa di seta che gli cingeva il corpo per avvolgersene il braccio sinistro, fe segno al Malese di cedergli il suo pugnale, se lo fece assicurare intorno alla mano con un fazzoletto bagnato; indi, deposto in terra il cappello, rialz graziosamente la capigliatura, e pel cammino pi breve si avanz verso i canneti, in mezzo ai quali disparve in un baleno, lasciando i compagni attoniti e spaventati da tanta audacia.
Egli intanto sinoltr lentamente e con precauzione pel sentiero tracciato in linea cos retta, che non poteva allontanarsi n a destra, n a manca. Percorsi dugento passi circa, ud un sordo ruggito che gli annunciava essere il suo avversario allerta, e che, se non era ancor stato veduto, certo laveva gi aormato. Il conte si ferm un istante, e come il romore fu cessato, continu ad avanzarsi. Dopo un cinquanta passi, sost di nuovo; gli pareva che se non fosse giunto, almen doveva essere assai vicino, poich vedeva gi lo spianato sparso dossami, alcuni de quali conservavano ancora brani di carne sanguinolenta. Egli guard intorno, ed in uno sfondo fatto nellerba, e pari ad una vlta di quattro o cinque piedi di profondit, scrse la tigre, semisdraiata, colle fauci spalancate e gli occhi fissi su di lui, mentre i piccini scherzavanle sotto il ventre come gattini.
Orazio solo pu dire ci che provasse nellanimo a quella vista; ma il suo cuore  un abisso da cui nulla esce. Per qualche istante luomo e la fiera guardaronsi immobili; infine, vedendo che la tigre, forse per paura dabbandonare i suoi nati, non si moveva, saccinse egli stesso ad affrontarla. Se le avvicin cos alla distanza di quattro passi; poi, avvistosi che la tigre faceva un movimento per alzarsi, si slanci su di lei. Quelli che guardavano ed ascoltavano, udirono nel medesimo tempo un ruggito ed un grido; videro agitarsi un momento le canne; poi sottentr silenzio e tranquillit perfetta: tutto era finito...
Si attese per vedere se il conte tornasse, ma egli non compariva. Allora si ebbe vergogna di averlo lasciato cimentarsi solo, e si decise, poich non avevangli salvata la vita, di salvarne almeno il cadavere. Tutti insieme e pieni dardore, fermandosi tratto tratto per ascoltare, i giovani officiali si avanzarono nel canneto: giunsero finalmente alla radura, ove trovarono i due avversari stesi lun sullaltro; la tigre era morta, il conte svenuto: i due tigrotti, troppo deboli per lacerare il corpo, ne lambivano il sangue. La tigre aveva ricevuto diciassette pugnalate, il conte un morso che gli aveva spezzato il braccio sinistro: una graffiatura piagavagli il petto.
Gli officiali trasportarono a Bombay il conte ed il cadavere della tigre sulla medesima barella: luomo steso vicino allanimale da lui ucciso. Quanto ai tigrotti, lo schiavo malese li aveva legati, col percallo del turbante, lateralmente alla sella del cavallo. Allorch quindici giorni dopo il conte, perfettamente risanato dalle ferite, pot alzarsi, trov davanti al suo letto la pelle della tigre con denti di perle, occhi di rubino ed unghie doro: era un dono degli officiali del reggimento nel quale servivano i suoi due cugini.
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Capitolo 8.
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Questo racconto fece sul mio spirito una profonda impressione. Il coraggio  una delle pi seducenti attrattive delluomo sulla donna;  forse a motivo della nostra debolezza, e perch, non potendo nulla da noi medesime, abbiamo sempre duopo di un appoggio?... Cos, qualunque cosa si fosse detta a discapito del conte, la sola memoria di quel racconto e della caccia, a cui io aveva assistito, rimase scolpita nellanimo mio. Non senza terrore per io pensava al sangue freddo terribile cui Paolo doveva la vita. Chi sa quante lotte tremende aveva combattuto quel cuore prima che la volont fosse arrivata a reprimere a tal segno le sue pulsazioni; ed un incendio assai lungo aveva dovuto divorar quellanima prima che la fiamma si fosse ridotta in cenere, e la sua lava convertita in ghiaccio.
La maggiore sventura del nostro secolo  la ricerca del romanzesco ed il disprezzo del naturale. Pi la societ rifugge dal poetico, pi le immaginazioni attive richieggono questo straordinario, che tutti i giorni sparisce dal mondo per rifuggirsi nel teatro o ne romanzi; da qui linteresse affascinatore che i caratteri eccezionali esercitano su quanto li circonda.
Non vi maraviglierete dunque se limmagine del conte Orazio, offrendosi allo spirito duna fanciulla in quel magnetico prestigio, le rimanesse profondamente fitta nella immaginazione, dove s pochi fatti avevano impresse le loro orme. Cos, allorch alcuni giorni dopo la scena teste narrata, noi vedemmo arrivare due cavalieri dal gran viale del castello, e che si annunci Paolo di Lucienne ed il conte Orazio di Beuzeval, per la prima volta in vita mia sentii il cuore palpitare ad un nome; un velo mi copr gli occhi; mi alzai collintenzione di fuggire, ma mia madre mi ritenne, e vidi entrare que signori.
Io non so cosa dissi loro; ma certo dovetti sembrare ben timida ed imbarazzata, poich, alzando lo sguardo, vidi che quello del conte era fisso sopra di me con una singolare espressione chio non dimenticher mai; a poco a poco per mi ricomposi, e potei guardarlo ed ascoltarlo come faceva con Paolo.
Gli ritrovai il medesimo aspetto impassibile, lo stesso sguardo fisso e penetrante che avea fatto su di me tanta impressione; di pi, la sua voce era cos soave che, come le sue mani ed i piedi, si addiceva pi ad una donna; pure, quando sanimava, quella voce prendeva una possanza in contrasto coi primi suoni da lei proferiti. Paolo, come amico riconoscente, port il discorso sur un soggetto proprio a far valere le doti del conte; parl de viaggi da lui intrapesi. Orazio esit alquanto a lasciarsi trascinare a quella seduzione damor proprio; pareva chegli temesse dimpadronirsi della conversazione, sostituendo lio alle triviali generalit de primi colloqui; ma tosto gli si risvegli nella mente la rimembranza dei luoghi percorsa la vita pittoresca delle contrade selvagge entr in lotta colla monotona esistenza dei paesi inciviliti, e la vinse; il conte si ritrov allora in mezzo alla lussureggiante vegetazione dellIndia ed alle maravigliose viste delle Maldive; ci parl delle sue corse nel golfo di Bengala, de suoi combattimenti coi pirati malesi. Trasportato dalla viva dipintura di quella vita animata, nella quale ogni ora ci rapporta unemozione alla mente od al cuore, svolse sotto i nostri occhi le intere fasi di quella primitiva esistenza, in cui luomo nella sua libert e forza, essendo secondo vuol essere, libero o schiavo, non ha altri legami che il suo capriccio, altri limiti che lorizzonte, e quando la terra lo stanca, dispiega le vele de suoi vascelli, come le ali dunaquila, e va a chiedere allOceano la solitudine e limmensit; poi, egli ricadde a un tratto in mezzo al tumulto della nostra tarlata societ, dove tutto  meschino, delitti e virt; dove tutto  fattizio, viso ed anima; dove schiavi stretti dalle leggi, cattivi legati dalle convenienze, in ogni ora del giorno hanno piccoli doveri da compiere, in ogni momento del mattino certe fogge di vestire, vari colori di guanti da adottare, e ci sotto pena del ridicolo, cio di morte, poich il ridicolo macchia un nome pi crudelmente che nol facciano il lezzo od il sangue.
Non vi dipinger leloquenza amara, ironica e pungente contro la nostra societ in codesta digressione del conte; era proprio, tranne le bestemmie, una di quelle creazioni da poeti, Manfredi o Carlo Moor; era una di quelle organizzazioni tempestose che dibattonsi fra le misere e comuni esigenze dei nostri patti sociali; era il genio alle prese col mondo e che, indarno avvolto nelle sue leggi, nelle sue convenienze e nelle sue abitudini, le trascina seco come farebbe un leone di meschine reti tese ad una volpe o ad un lupo.
Io ascoltava questa terribile filosofia, come se leggessi una pagina di Byron o di Gthe; era la medesima energia di pensiero, resa vie pi spiccata da tutta la potenza dellespressione. Allora quella fisonomia impassibile, gittata la sua maschera di ghiaccio, animavasi alla fiamma del cuore, ed i suoi occhi schizzavan lampi; allora quella voce s dolce prendeva a vicenda accento cupo e sonoro; poi ad un tratto, entusiasmo od amarezza, speranza o disprezzo, poesia o materia, tutto scioglievasi in un sorriso comio non ne aveva mai veduti, e che conteneva in s solo pi disperazione e sdegno, come non avrebbe potuto farlo il singhiozzo pi doloroso.
Dopo essersi intertenuti con noi per pi dunora, Paolo ed il conte ci lasciarono. Quando furono usciti, mia madre ed io ci guardammo un istante in silenzio; io mi sentiva il cuore sollevato da un enorme peso; la presenza di quelluomo mera insopportabile come quella di Mefistofele a Margherita; limpressione da lui prodotta in me era tanto manifesta, che mia madre si pose a difenderlo senza chio lattaccassi; da molto tempo ella aveva inteso parlare del conte, e, come accade di tutti gli uomini distinti, il mondo pronunciava su lui i giudizi pi opposti. Mia madre, del resto, lo mirava da un punto di vista totalmente diverso dal mio; tutti quei sofismi, emessi con tanto ardire dal conte, le sembravano un giuoco di spirito, una spece di maldicenza contro la societ, come ogni giorno se ne proferisce contro glindividui. Mia madre adunque nol collocava tantalto, n tanto basso comio faceva tra me; ne risult che questa differenza dopinione, chio non voleva combattere, mi decise a sembrar di non occuparmi pi di lui.
Di l a poco allegai il pretesto di una leggera emicrania per discendere nel parco; col nulla venne a distrarmi dal mio raccoglimento, e non ebbi fatti cento passi, che fui costretta confessare a me stessa chio non aveva voluto parlar del conte se non alluopo di poter meglio pensare a lui. Mi spaventai di questa mia convinzione; non lamava; pure, quantunque il mio cuore, allannuncio della sua presenza, avesse pulsato pi per timore che per gioia, io non lo temeva, o logicamente non doveva temerlo, poich, infine, in che poteva egli influire sul mio destino? Io laveva veduto una volta per caso, una seconda volta per rigore di etichetta: forse non lo rivedrei pi mai; col suo carattere avventuroso, la sua predilezione pei viaggi, poteva abbandonare la Francia da un momento allaltro, ed il suo passaggio sarebbe stato nella mia vita un sogno, una memoria, unapparizione, nullaltro; e dopo quindici giorni, un mese, un anno al pi, lavrei dimenticato per sempre.
Intanto, quando la campanella chiam a pranzo, essa mi sorprese nei medesimi pensieri, e mi fece trasalire alludirla suonare s presto; le ore erano volate come minuti...
Rientrando nella sala, mia madre mi rimise un invito della contessa M... rimasta a Parigi malgrado lestate, e che dava, in occasione dellanniversario della nascita di sua figlia, una gran festa, resa pi brillante da canti e danze. Mia madre, sempre compiacente verso di me, voleva consultarmi prima di rispondere allinvito. Accettai con piacere; coglieva unopportuna occasione per distrarmi dai pensieri che di continuo mi preoccupavano. Infatti, questo trattenimento doveva darsi fra tre giorni, i quali bastavano appena pei preparativi del ballo; cos, la memoria del conte si perderebbe, o almeno allontanerebbesi tra le importanti occupazioni della toletta. Dal canto mio, feci ogni sforzo per raggiungere codesto risultato; parlai di questa veglia con insolito ardore, chiesi di tornare la sera stessa a Parigi, sotto pretesto che avevamo appena il tempo di ordinare i nostri abiti, le acconciature ed i fiori, ma in realt perch un cambiamento di luogo doveva, almeno secondo me, aiutarmi nella lotta contro le mie rimembranze. Mia madre cedette a tutti i miei capricci colla consueta bont, e dopo pranzo partimmo per la capitale.
Non mi era ingannata; le cure, alle quali fui costretta pei preparativi di quella serata, un residuo dellinnocente allegria infantile, non ancor da me perduta, la speranza duna festa da ballo in una stagione in cui se ne danno s poche, mi distolsero dai miei terrori insensati, e allontanarono momentaneamente il fantasma che mi perseguitava. Giunse alla perfino il giorno sospirato; esso scorse per me in una spece di febbrile attivit che mia madre non avevami mai veduta; essa era lieta della gioia chio mi riprometteva. Povera madre!...
Suonarono le dieci; era pronta da venti minuti, non so come ci accadde; io, sempre in ritardo, era io che quella sera attendeva mia madre. Partimmo: quasi tutta la nostra societ dinverno era tornata, al par di noi, a Parigi per quella festa. Ritrovai le mie amiche di collegio, i miei soliti ballerini, e persino quel vivo piacere, quella pura ebbrezza da fanciulla, che da qualche anno cominciava a spegnersi. Nelle sale stipavasi molta gente gioconda; in un momento di riposo la contessa M... mi prese pel braccio, e per fuggire leccessivo caldo, mi condusse nelle sale da giuoco; era nel tempo stesso unispezione curiosa da fare. Tutte le celebrit artistiche, politiche e letterarie dellepoca vi si trovavano; io ne conosceva gi molte; alcune per mi erano ancora ignote. Madama M... me le nomin paratamente con lusinghiera, compiacenza, accompagnando ogni nome con commenti che avrebbele senza dubbio invidiato il pi spiritoso giornalista; quando, nellentrare in una di quelle sale, trasalii, lasciandomi sfuggire mio malgrado queste parole: Il conte Orazio! Ebbene! s, il conte Orazio, mi disse la contessa sorridendo; lo conoscete forse? Noi labbiamo incontrato dalla signora di Lucienne in campagna. Ah! s, riprese madama M..., ho udito parlare duna caccia, dun pericolo al quale sfugg il figlio del signor di Lucienne, n vero?
In quel mentre, il conte alz gli occhi e ci vide. Una spece di rapido sorriso gli spunt sulle labbra, poi, volgendosi a tre suoi compagni di giuoco: Signori, dissegli, mi permettete di ritirarmi? mincarico dinviarvi un quarto. Evvia, disse Paolo, tu ci guadagni quattromila franchi, e ci manderai un surrogante che giuocher dieci luigi. No, no. 
Il conte, che si era alzato, torn a sedere; ma al primo turno, uno dei giuocatori avendo impegnato il giuoco, il conte arrischi tutto il suo denaro; accettata la proposta, lavversario mostr le carte; il conte le depose senza farle vedere, dicendo: Ho perduto. Spinse verso il vincitore loro ed i biglietti di banca che gli stavano davanti, ed alzatosi di nuovo, disse a Paolo: Ora posso ritirarmi? Non ancora, amico caro, rispose Paolo, il quale, sollevate le carte del conte, aveva potuto guardare il suo giuoco; poich tu hai cinque quadri, ed il signore non ha che quattro picche. Madama, disse il conte volgendosi verso di noi, ed indirizzandosi alla padrona di casa, so che madamigella Eugenia deve stasera far la questua pei poveri; volete permettermi dessere il primo ad offrirle il mio tributo?
S dicendo, egli prese un panierino da lavoro che trovavasi sopra un cantonale, vicino al tavoliere, vi mise gli ottomila franchi da lui ultimamente guadagnati, e li present alla contessa. Ma non so se debba accettare, rispose madama M..., questa somma tanto grossa... Cos, riprese sorridendo il conte Orazio, non  solo in mio nome che ve loffro... questi signori vhanno largamente contribuito; madamigella M... deve dunque, pi di me, ringraziar essi in nome de suoi protetti.
Ci detto, pass nella sala da ballo, lasciando il paniere nelle mani della contessa. Ecco una delle sue originalit, mi disse madama M...; il conte avr scrto una dama colla quale desidera danzare, ed ecco in qual modo egli paga il suo piacere. Ma bisogna che metta via questo paniere; permettete dunque che vi riconduca nella sala da ballo.
Mera appena seduta vicino a mia madre, chi il conte, avanzandosi verso di me, minvit gentilmente a danzare. Mi si present tosto alla mente quanto avevami detto la contessa; arrossii, e ben compresi che stava per balbettare; gli porsi il mio piccolo portafoglio; vi stavano gi notati sei ballerini, ed egli, voltata la pagina, quasi non volesse che il suo nome andasse confuso cogli altri, lo scrisse a capo del foglietto per la settima contraddanza; poi mi rese il libriccino pronunciando alcune parole chio non potei udire nella confusione in cui mi trovava, ed and ad appoggiarsi allo stipate della porta. Fui in procinto di pregare mia madre dabbandonar la sala, poich tremava s forte, che sembravami impossibile di poter stare in piedi: per fortuna si fece udire un concerto rapido e brillante. Il ballo era sospeso. Listz sedeva al pianoforte. Egli suon linvito al valser di Weber. Labile artista non aveva mai spinto a tantaltezza le meraviglie della sua esecuzione, o forse io non mi era mai trovata in una disposizione di spirito tanto acconcia a sentire questa composizione s malinconica ed appassionata; mi parve esser quella la prima volta che udiva supplicare, gemere e spezzarsi lanima sofferente, onde lautore del Frejschtz esal i sospiri nelle sue melodie. Tutto che la musica, questo linguaggio degli angeli, ha di accenti patetici, di speranze, di tristezze e di dolori, sembrava concentrato in quel pezzo sublime, le cui variazioni, improvvisate secondo linspirazione dellartista, venivano in seguito al motivo come note di schiarimento.
Io stessa aveva pi volte eseguito quella brillante fantasia, e mi meravigliava, allor che ludiva ripetere da un altro, di trovarvi cose che sin a quel d non aveva sospettate; era forse il mirabile talento dellartista che le faceva risaltare? o forse una nuova attitudine del mio spirito? In ogni caso, magico fu leffetto; i suoni galleggiavan per laere come un vapore, innondandomi di melodia; in quel punto, alzai gli occhi ed incontrai lo sguardo del conte fisso su di me; chinai subito il capo; era troppo tardi: io pi non vedeva i suoi occhi, ma sentiva quello sguardo pesare su me, ed un tremito involontario mi corse per le membra. Listz si alz poco dopo; intesi il romore delle persone che gli si affollavano intorno per felicitarlo; sperai che, in quel movimento, il conte avesse lasciato il suo posto; infatti arrischiai a sollevare alquanto la testa; egli non istava pi contro la porta; respirai... non volli per spingere pi oltre le mie ricerche, temendo incontrarne lo sguardo; preferiva di credere che il conte si fosse allontanato.
Poco dopo, unaltra persona sera messa al pianoforte; compresi, dal silenzio ripetutamente imposto anche nelle sale attigue, che la curiosit era eccitata al massimo grado, ma non osai alzare il capo. Una solfa mordace corse sui tasti, un largo e triste preludio le successe; indi una voce vibrata, sonora, profonda, cant queste parole sur una melodia di Schubert:
Oim! io ho oramai studiato filosofia, medicina, giurisprudenza; e dogni cosa sono andato al fondo con cocente fatica. Ed ecco, povero pazzo! chio ne so ora quanto innanzi.
Per verit, n io sono tormentato da dubbi, o da scrupoli; n linferno, n il diavolo mi d paura. Ma, e ogni gioia si  pure da me partita.
Alla prima parola riconobbi la voce del conte Orazio. Sindoviner adunque facilmente qual singolare impressione dovessero fare su di me queste parole di Faust sulle labbra di colui che le cantava. Un profondo silenzio tenne dietro allultima nota, che dileguossi flebile e lamentosa come unanima martoriata dallangoscia; poi scoppiarono da tutte le parti frenetici applausi. Io marrischiai allora a guardare il conte; per tutti forse la sua figura era calma ed impassibile; ma per me il lieve corrugar delle labbra indicava chiaramente quellagitazione febbrile da cui egli venne preso anche nel giorno della di lui visita al nostro castello. Madama M... gli si avvicin per felicitarlo a sua volta; allora il di lui viso prese laspetto sorridente e tranquillo imposto alle menti pi preoccupate dalle sociali convenienze: il conte le offerse il braccio, e non fu pi che un uomo come tutti gli altri: dal modo con cui la guardava, giudicai che, da parte propria, la complimentasse sulla sua toletta. Mentre conversava con lei, Orazio volse su di me un rapido sguardo, che sincontr nel mio; fui in procinto di lasciar isfuggire un grido; io era stata in certo qual modo sorpresa; egli savvide senza dubbio della mia confusione, e nebbe piet, poich trascin madama M... nella sala attigua, e sparve con lei. Intanto i suonatori preludiarono di nuovo la contraddanza; il primo dei ballerini impegnati meco mi corse a prendere; accettai macchinalmente la sua mano, e mi lasciai condurre dove volle; danzai, ecco di che mi ricordo; poi succedettero due o tre altre contraddanze, durante le quali ripresi un po di calma; in fine subentr unaltra pausa, destinata ad un nuovo intermezzo musicale.
Madama M... mi savvicin; veniva a pregarmi di sostenere una parte nel duetto del primo atto del Don Giovanni; sulle prime ricusai, vedendomi incapace in quel momento, oltre la mia natural timidezza, darticolare una sol nota. Mia madre, presente alla disputa, appoggi le istanze della contessa, la quale offriva daccompagnarmi; ebbi timore che, persistendo nella negativa, mia madre non dubitasse di qualche cosa, e finii col cedere. La M... mi prese per mano, e mi condusse al pianoforte, ove sedette; io stava dietro la sua sedia, in piedi, e cogli occhi chini, senza osar di volgerli intorno, nella tema dincontrare lo sguardo che mi seguiva dovunque. Un giovane venne a collocarsi dallaltra parte della contessa; arrischiai ad alzar gli occhi sul mio compagno; un brivido mi corse per tutte le vene; chi cantava la parte di don Giovanni era il conte Orazio.
Voi indovinerete qual fosse la mia emozione; tuttavia era troppo tardi per ritirarmi. Tutti gli occhi stavano fissi su di noi; madama M... preludiava. Il conte cominci; era unaltra voce, un altro uomo che cantava, e quando profer le parole: L ci darem la mano, trasalii, sperando dessermi ingannata, e non potendo credere che la voce potente che ci aveva fatto fremere colla sublime melodia di Schubert, potesse piegarsi ad intonazioni dun brio s grazioso e delicato. Per la qual cosa, alla prima frase, un mormorio dapplauso corse per tutta la sala; vero  che quando, a mia volta, dissi tremando: Vorrei e non vorrei, Mi trema un poco il cuor, eravi nella mia voce tal espressione di timore, che gli applausi trattenuti irruppero da ogni parte; poi si fece a un tratto profondo silenzio per ascoltarci. Non potrei esprimere tutta la forza damore esternata dal conte quando riprese: Vieni, mio ben diletto, e le seduzioni e le promesse con cui accompagn la frase: Io canger tua sorte. Tutto ci pareva tanto applicabile a me, quel duetto sembrava scelto cos bene per la situazione del mio cuore, che infatti mi sentii presso a svenire dicendo: Presto, non son pi forte; certo la musica aveva qui cambiato despressione; invece del lamento amoroso di Zerlina, era il grido dellangoscia pi profonda: in quel mentre sentii il conte avvicinarmisi; la sua mano tocc la mia che mi penzolava al fianco, un velo di fiamma mi cal su gli occhi; maggrappai alla sedia della contessa, e grazie a quel sostegno, potei ancora reggermi in piedi, ma allorch riprendemmo insieme: Andiamo, andiam, mio bene, sentii il suo alito penetrare ne miei capelli, il suo respiro correre sulle mie spalle: un fremito mi scorse per le vene, e pronunciando la parola amor, gettai un grido, e svenni...
Il mio deliquio fu attribuito alleccessivo caldo; fui trasportata in una camera vicina; mi si fecero fiutar sali; si aperse una finestra, mi si spruzz il viso dacqua finch rinvenni: madama M... insistette per ricondurmi al ballo, ma io ricusai; mia madre, inquieta anchessa, fu questa volta del mio avviso; si fece avanzar la carrozza, e tornammo a casa.
Mi ritirai tosto nella mia camera; ma, nel cavar un guanto, vidi caderne un biglietto che vera stato introdotto durante il mio deliquio; lo raccolsi, e lessi queste parole scritte colla matita: Voi mi amate, grazie!... grazie!...
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Capitolo 9.
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Passai una notte terribile, una notte di singhiozzi e di lagrime. Voi altri uomini non sapete n saprete mai quali siano le angosce di una giovinetta allevata sotto locchio materno, il cui cuore innocente e puro non ha ancor subita linfluenza di una passione, le cui labbra non hanno mai proferita la parola amore, e che si vede a un tratto, come un povero augello senza difesa, presa ed accerchiata in una volont pi potente della sua resistenza, che sente irrigidirsi la mano al contatto di quella che la trascina, ed ode una voce dirle: Voi mi amate assai! prima chessa abbia detto: Vamo.
Oh! ve lo giuro, non so perch non impazzissi quella notte; io mi credei perduta. Lamo, s, lamo!... ripeteva sottovoce, e presa da terrore s grande, che oggi ancora ignoro se fossi in preda ad un sentimento affatto contrario a quello che credeva provare. Per era probabile che tutte le emozioni da me risentite fossero prove damore, poich il conte, cui non erano sfuggite, le interpretava cos. Quanto a me, erano le prime sensazioni di tal genere chio provava. Mi avevan detto di non dover temere o non odiare se non quelli i quali hanno fatto del male; io non poteva allora n temere, n odiare il conte, e se il sentimento chegli minspirava non era n odio, n timore, poteva dunque ben essere un poco damore.
Lindomani mattina, mentre stavamo per far colazione, si consegnarono a mia madre due biglietti di visita del conte Orazio di Beuzeval; egli aveva mandato ad informarsi della mia salute e chiedere se la mia indisposizione avesse avuta qualche conseguenza. Quellattenzione, per quanto mattutina, parve un semplice tratto di galanteria a mia madre, la quale saccorse soltanto allora quanto io sembrassi stanca o sofferente; ella se ne inquiet subito; ma la rassicurai dicendole che non mi sentiva male, e che, del resto, laria e la tranquillit della campagna, ove volesse ritornarvi, mi avrebbero ridonata la primiera salute. Mia madre non aveva che una sola volont, la mia; essa ordin di attaccare i cavalli, e verso le due partimmo.
Io abbandonava Parigi colla medesima sollecitudine, onde quattro giorni prima aveva lasciata la campagna; poich, al vedere i biglietti del conte, mi nacque tosto il pensiero che, appena fosse venuta lora desser visibile, egli sarebbesi presentato in persona. Or io voleva cansarlo, non voleva rivederlo pi; dopo lidea che di me aveva concepita, dopo la lettera scrittami, mi pareva di morir di vergogna trovandomi con lui. Tutti questi pensieri che mi cozzavano in mente, faceanmi salire sulle guance rossori s repentini ed ardenti, che mia madre, credendo chio mancassi daria in quella carrozza chiusa, ordin al cocchiere di fermarsi, affinch il domestico potesse abbassare il coperchio del calesse. Eravamo agli ultimi di settembre, cio nella pi dolce stagione dellanno; le foglie dalcuni alberi cominciavano ad ingiallire... Lautunno ha un certo che di primavera, e gli ultimi profumi dellanno somigliano talvolta alle sue prime soavi emanazioni... Laria, lo spettacolo sempre mirabile della natura, tutti quei romori della foresta che ne formano un solo, prolungato, malinconico, indefinibile, cominciavano a distrarre il mio spirito, quando dimprovviso, alla svolta della strada, scrsi davanti a noi un cavaliere. Bench fosse ancora a notabile distanza, io afferrai il braccio di mia madre per dirle di tornar a Parigi, poich aveva riconosciuto il conte; ma mi trattenni. Qual pretesto poter dare a quellimprovviso cambiamento di volont, che sembrerebbe un capriccio senza ragione alcuna?... Cercai invece di farmi coraggio.
Il cavaliere andava di passo, dimodoch lo raggiungemmo in breve. Come gi dissi, era il conte. Appena ci riconobbe, si avvicin a noi, si scus daver mandato di s buonora a cercar mie nuove, ma dovendo partire nella giornata per andar a passare alcuni giorni dal signor di Lucienne, non aveva voluto lasciar Parigi collinquietudine in cui si trovava; se lora fosse stata convenevole, si sarebbe presentato in persona.
Balbettai alcune parole; mia madre lo ringrazi. Anche noi torniamo alla campagna, gli dissella, a passarvi il resto della stagione. Allora mi permetterete di servirvi di scorta sino al castello, rispose il conte. Mia madre sinchin sorridendo: la cosa era per s naturalissima: la nostra villeggiatura trovavasi tre leghe pi vicina di quella del signor di Lucienne, e la medesima strada conduceva ad entrambe.
Il conte continu dunque a galoppare ai nostri fianchi per tutte le cinque leghe che ci rimanevano ancora da percorrere. La rapidit della nostra corsa, la difficolt di tenersi vicino alla portiera, fecer s che scambiammo poche parole: giunti al castello, egli salt a terra, aiut mia madre a scendere di carrozza, poi venne ad offrire la mano anche a me. Non poteva ricusare; gli stesi la mia tremando; la prese senza stringerla, senza affettazione, ma sentii che vi lasciava un viglietto.
Prima chio potessi dire una parola o far un movimento, il conte si era rivolto verso mia madre, e gentilmente la salutava; poi risal a cavallo, resistendo alle istanze chella facevagli affinch riposasse alquanto, e in pochi secondi disparve ai nostri sguardi.
Rimasi immobile allo stesso posto; le mie dita tremanti stringevano convulse il viglietto, chio non osava lasciar cadere, e che tuttavia era ben risoluto di non leggere. Mia madre mi chiam, la seguii. Che fare di quel biglietto? Non aveva fuoco per bruciarlo: voleva lacerarlo, ma pensai che si potrebbero trovarne i frammenti; lo nascosi dunque nella cintura.
Non conosco angoscia simile a quella da me provata sino al momento che rientrai in camera; quello scritto mi bruciava il petto. Certo, allorch lo ricevetti, io lavrei lacerato, arso allistante senza esitare; ebbene! quando giunsi a casa, non nebbi pi il coraggio. Rimandai la cameriera, dicendole che desiderava svestirmi da me; poi sedetti sul letto, e vi rimasi cos unora, immobile, cogli occhi fissi sul biglietto spiegazzato nella mano chiusa. Finalmente lapersi e lessi:
Voi mi amate, Paolina, perch mi fuggite. Ieri lasciaste il ballo ovio era: oggi abbandonate la citt dove sono; ma tutto  inutile. Vhanno destini che possono non incontrarsi mai, ma che quando sincontrano, non debbono dividersi pi.
Io non sono un uomo come gli altri: nellet dei piaceri, della storditaggine, delle gioie, io ho molto sofferto, pensato molto, pianto assai. Ho ventotto anni. Voi siete la prima donna chio abbia amata, poich, s, Paolina, io vi amo!
Grazie a voi, e se Dio non distrugge questultima speranza del mio cuore, dimenticher il passato, confidando in un miglior avvenire... Il passato  lunica cosa per la quale Iddio  senza potere, e lamore senza conforti. Lavvenire  dellEterno, il presente  nostro, ma il passato  del nulla. Se Dio, che pu tutto, potesse accordare loblio del passato, non vi sarebbero al mondo bestemmiatori, n materialisti, n atei...
Ora tutto  detto, Paolina, ed inutile sarebbe lintrattenervi di cose che voi gi conoscete; inutile il ripetervi ci che gi indovinaste!... Noi siamo giovani, ricchi entrambi, liberi della nostra volont: io posso essere vostro, come voi potete esser mia; una vostra parola sola, ed io mi rivolgo a vostra madre, e noi saremo uniti per sempre... Se la mia condotta  fuor delle consuetudini del mondo, perdonate le mie stranezze ed accettatemi qual io sono: voi mi renderete migliore...
Se, contro la mia speranza, Paolina, un motivo impreveduto, ma che pure pu sussistere, vinducesse a fuggirmi, come faceste finora, sappiate che tutto sarebbe indarno; vi seguir dovunque come vho seguita finora; nulla mi trattiene in un luogo pi che in un altro; mi sento invece trascinato da irresistibile potenza laddove voi siete; precedervi o seguirvi sar dor innanzi il mio unico scopo. Ho perduto tanti anni, e cento volte cimentata la vita e lanima per giungere ad un risultato che non mi prometteva la medesima felicit.
Addio, Paolina! Io non vi minaccio, vimploro; io vamo, voi mi amate. Abbiate piet di voi e di me.
Mi sarebbe impossibile dirvi ci che provai alla lettura di quella strana lettera: mi pareva essere in preda ad uno di quei sogni terribili, in cui, minacciati da un pericolo, si tenta fuggire, ma i piedi stanno attaccati al suolo, il respiro vien meno; si vuol gridare, la voce non ha suono: allora leccesso della paura vi rompe il sonno, e vi destate col cuor palpitante, e la fronte madida di sudore.
Ma qui, qui, non cera risveglio; non era un sogno chio faceva, ma una terribile realt che mafferrava colla possente mano, e mi trascinava seco; e tuttavia qual cambiamento era mai accaduto nella mia vita? Un uomo eravi passato, e nulla pi; con questuomo aveva appena scambiato uno sguardo, una parola. Qual dritto credeva mai egli davere per incatenare, come faceva, il mio al suo destino, e parlarmi quasi da padrone, quando non gli aveva neppur accordato i diritti dun amico? Domani io poteva non guardar pi quelluomo, non parlargli pi, non pi conoscerlo. Ma no, io non poteva nulla... io era debole... era donna... lamava.
Del resto, ne sapeva io qualche cosa? questo sentimento che io provava, era desso amore? lamore entra egli nel cuore preceduto da terrore cos profondo? Giovane ed ignara comera, sapeva io mai che cosa fosse amore? Codesta lettera fatale, perch non averla bruciata prima di leggerla? oppure perch non rimetterla a mia madre, palesarle, confessarle ogni cosa... Confessarle... che mai? terrori fanciulleschi, nulla pi. Poi, che penserebbe mia madre alla lettura di un simile scritto? Ella crederebbe che una parola, un gesto, uno sguardo mio avesse incoraggiato il conte. Senza ci, con qual dritto mi direbbegli chio lamava? No, non ardir mai dir nulla a mia madre...
Ma innanzi tutto bisognava bruciare la lettera; lavvicinai quindi alla fiamma della candela; essa prese fuoco, in breve fu poca cenere. Poscia mi affrettai a coricarmi, e spensi tosto il lume. Oh! come, malgrado loscurit, chiusi gli occhi, come mappoggiai le mani alla fronte, e come, malgrado questo duplice velo, io rividi tutto! Quella lettera fatale stava scritta sulle pareti della camera in caratteri indelebili. Io laveva letta una volta appena, e nonostante ella mi si era scolpita tanto nella memoria, che ogni riga, tracciata da mano invisibile, sembrava comparire a misura che la precedente si cancellava; e lessi e rilessi di tal modo quella lettera dieci, quindici, venti volte, tutta la notte. Oh! vi assicuro che tra questo stato e la follia eravi ben poca strada da fare!...
Infine, verso lalba, stanca maddormentai. Mi destai ad ora inoltrata; la cameriera mi annunci che madama di Lucienne e sua figlia erano nel castello. Allora unidea improvvisa millumin; bisognava rivelare tutto alla Lucienne; ellera sempre stata buona per me; presso di lei io aveva veduto il conte Orazio, lamico di suo figlio; ellera la miglior confidente per un segreto come il mio. In quel punto, la porta della camera si apr, e comparve la Lucienne. Le stesi le braccia singhiozzando: essa venne a sedermisi accanto. Suvvia, ragazza, mi dissella, dopo qualche pausa, allontanandomi le mani ondio mi faceva velo al viso, che cosavete?Oh! sclamai; quanto sono infelice!... Le sciagure della tua et, figlia mia, somigliano alle tempeste della primavera; passano rapide, lasciando il cielo pi sereno. Oh! se sapeste!... So tutto. Chi ve lo disse? Egli. Egli vi disse chio lamava? Mi disse che nutriva almeno questa speranza; singanna forse? Neppur io il so; io non conosceva dellamore che il nome; come volete voi che vegga chiaro nel mio cuore, e che, in mezzo al turbamento che provo, io analizzi il sentimento che lha cagionato? Via, via, veggo che Orazio vi legge meglio di voi.
Mi misi a piangere. Ebbene! continu la Lucienne; mi sembra che non abbiate giusti motivi di versar tante lagrime. Ors, ragioniamo pacatamente. Il conte  giovane, bello, ricco; questo  pi che bisogna per iscusare il sentimento chegli vinspira. Il conte Orazio  libero; voi avete diciottanni; sarebbe un partito conveniente sotto tutti i rapporti. Oh! signora!... Va bene, non parliamone pi; ora so tutto quel che voleva sapere; corro da madama di Meulien, e vi mando Lucia. Oh!... ma non una parola, n vero? State tranquilla, so cosa debbo fare; a rivederci, ragazza cara. Or via, asciugate que begli occhi ed abbracciatemi.
Me le gettai una seconda volta al collo. Cinque minuti dopo entr Lucia; mi vestii, e scendemmo. Trovai mia madre seria nellaspetto, ma ancor pi tenera del solito. Varie volte, durante la colazione, ella mi guard con un sentimento di trista inquietudine, e, ad ogni fiata, io sentiva il rossore della vergogna salirmi al viso. A quattrore, madama di Lucienne e sua figlia si accommiatarono; mia madre mi si mostr la medesima che soleva essere di consueto; non disse verbo intorno alla visita della Lucienne e sul motivo che laveva a lei condotta. La sera, come al solito, andai, prima di ritirarmi in camera, ad abbracciarla; avvicinando le labbra alla sua fronte, maccorsi che le sue guance erano bagnate; allora me le gettai al collo, cercando nasconderle il capo nel seno. A tal movimento, essa indovin subito il sentimento che me lo inspirava, e stringendomi al petto: Sii felice, figlia mia, dissella;  quanto imploro da Dio.
Il posdomani, madama di Lucienne domandava officialmente la mia mano a mia madre. Sei settimane dopo io sposava il conte Orazio.
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Capitolo 10.
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Il matrimonio si fece a Lucienne, ne primi giorni di novembre; poi tornammo a Parigi sul principio dellinverno... Abitavamo tutti insieme il palazzo. Mia madre, pel contratto nuziale, mi aveva dato venticinquemila lire di rendita; il conte aveva dichiarato possederne quasi altrettante; ne restavano a mia madre quindicimila. La nostra casa si trov dunque, se non fra le pi doviziose, nel novero almeno delle famiglie eleganti del sobborgo di San Germano.
Orazio mi present due suoi amici, pregandomi di accoglierli come suoi fratelli: da sei anni erano dessi legati da un sentimento cos intimo, che avevasi presa labitudine di chiamarli glinseparabili. Un quarto, cui rammaricavano tutti i giorni, e del quale parlavano di continuo, erasi ucciso nellottobre dellanno precedente, cacciando pe boschi de Pirenei, ove possedeva un castello. Non posso palesarvi il nome di questi due individui, ed alla fine del mio racconto ne comprenderete il motivo; ma siccome sar costretta talvolta di nominarli, li chiamer uno Enrico e laltro Massimiliano.
Non vi dir che fui felice; il sentimento chio provava per Orazio mi fu e mi sar sempre inesplicabile; somigliava a rispetto misto a timore: impressione che, del resto, ei generalmente produceva su quanti lo avvicinavano. I due suoi amici perfino, per liberi e famigliari che fossero con lui, rare volte lo contraddicevano, cedendogli sempre, se non come ad un padrone, almeno come ad un fratello maggiore. Bench destri negli esercizi del corpo, erangli di gran lunga inferiori. Il conte avea trasformata la sala da bigliardo in una sala darmi, ed un viale del giardino era consacrato al bersaglio: que signori venivano tutti i giorni ad esercitarsi alla spada od alla pistola. Talvolta io assisteva a quelle giostre; Orazio allora ne era piuttosto il professore che lavversario, e serbava in quegli esercizi la calma spaventosa della quale gli aveva veduto dar non dubbia prova in casa di madama Lucienne; e molti duelli, il cui esito eragli stato sempre favorevole, attestavano che, sul campo, quel sangue freddo, cos raro nel supremo momento, non lo abbandonava mai. Orazio, cosa strana! restava dunque per me, malgrado lintimit, un essere supremo e diverso dagli altri uomini.
Per lui, sembrava felice, almeno affettava di ripetere che lo era, sebbene spesso la sua fronte, tetra e pensierosa, attestasse il contrario. Talfiata eziandio terribili sogni lo agitavano, ed allora quelluomo, cos calmo ed intrepido di giorno, provava, svegliandosi in sussulto, spaventi tali che tremava come un fanciullo. Ne attribuiva la causa ad una disgrazia avvenuta a sua madre nel tempo della gravidanza; arrestata nella Sierra da una banda di ladri, era stata legata ad un albero, rimanendo spettatrice dellassassinio di un viaggiatore, che percorreva la medesima strada; ne risultava che gli si offrivano nel sonno continue scene di rapine e ladronecci. Cos, pi per prevenire il ritorno di que sogni che per timor vero, metteva sempre, prima di coricarsi, ovunque fosse, un paio di pistole a portata della mano. Ci mi cagion sulle prime un immenso terrore, temendo sempre che, in qualche accesso di sonnambulismo, egli non facesse uso di quelle armi; ma poi finii collabituarmi a vederlo prendere simile precauzione. Unaltra cosa, ancor pi strana, e che soltanto adesso riesco a comprendere, era chegli faceva sempre tenere, giorno e notte, un cavallo sellato pronto a partire.
Linverno pass in mezzo alle feste ed ai balli. Orazio aveva molti amici, cosicch, calcolando anche i miei, il circolo delle nostre conoscenze si era raddoppiato. Mi accompagnava dappertutto con compiacenza estrema, e, cosa che sorprendeva tutti, aveva totalmente cessato di giuocare. Nella primavera, partimmo per la campagna. Col ritrovammo tutte le nostre reminiscenze. Passavamo i giorni un po in casa nostra, un po presso i vicini. Noi vedevamo sempre la Lucienne ed i suoi figli, riguardandoli come una seconda famiglia. La mia situazione di fanciulla si trovava adunque poco cambiata, e la mia vita era quasi la medesima. Se questo stato non era felicit, vi somigliava tanto, che ci si poteva ingannare; la sola cosa che la turbasse, era quella mestizia senza causa, cui vedeva Orazio sempre pi in preda; erano que sogni, che ogni d pi diventavano terribili. Sovente mi recava da lui nelle sue inquietudini del giorno, o lo risvegliava in mezzo ai sogni della notte; ma appena mi vedeva, la sua fisonomia ripigliava lespressione calma e fredda che aveami tanto colpita; non pertanto unimmensa distanza passava da questa tranquillit apparente ad una reale felicit.
Verso giugno, Enrico e Massimiliano, i due giovani de quali vi ho gi parlato, vennero a raggiungerci. Io conosceva lamicizia che li legava ad Orazio, e mia madre ed io li ricevemmo, ella come propri figli, io come fratelli. Vennero alloggiati in camere quasi attigue alle nostre. Il conte fece porre campanelli a timbro particolare, che dalle sue stanze comunicavano a quelle de suoi amici e viceversa, ordinando inoltre di tener sempre pronti tre cavalli in vece duno solo. La mia cameriera mi disse inoltre aver saputo dai domestici che quei signori avevano la medesima abitudine di mio marito, dormendo sempre con un paio di pistole al capezzale.
Dopo larrivo de suoi amici, Orazio era sempre con essi. I loro passatempi erano del resto i medesimi come a Parigi: corse a cavallo, lotte alla scherma ed alla pistola. Trascorse cos luglio; poi, verso la met dagosto, il conte mi annunci dessere costretto a lasciarmi fra pochi giorni per due o tre mesi. Era la prima separazione dopo il nostro matrimonio, talch me ne spaventai. Il conte procur di rassicurarmi, dicendo che quel viaggio chio credeva fosse in luoghi lontani, era al contrario in una delle province della Francia pi vicine a Parigi; si recava coi suoi amici al castello di Burcy in Normandia. Ciascuno di essi possedeva una villeggiatura, luno nella Vandea, laltro fra Tolone e Nizza; quegli chera morto possedeva la sua ne Pirenei, ed il conte Orazio in Normandia; di guisa che, ogni anno, si ricevevano successivamente durante la stagione delle cacce, e passavano tre mesi gli uni in casa degli altri. Quellanno toccava ad Orazio a ricevere gli amici. Moffrii tosto di accompagnarlo per fare gli onori di casa, ma il conte mi rispose che il castello non era se non un luogo di convegno da caccia, mal tenuto quindi, mal arredato, adatto sol per cacciatori soliti a vivere secondo le circostanze, ma non per una donna usa agli agi. Tuttavia promise di ordinare che si facessero le opportune riparazioni, ondio potessi ormai, quando verrebbe il suo anno, accompagnarlo, e far da nobile castellana gli onori del palazzo.
Simile incidente, per quanto naturale paresse a mia madre, minquiet, orribilmente. Io non le aveva mai parlato della mestizia e dei terrori di Orazio; ma tutte le spiegazioni chegli aveva tentato darmi eranmi sembrate s poco verosimili, che lor supposi una cagione diversa assai, chei non volesse o non potesse palesarmi. Pure, sarebbe stato tanto ridicolo il tormentarmi per unassenza di tre mesi ed altrettanto strano linsistere per seguire Orazio, che repressi la mia inquietudine, e non parlai pi di questo viaggio.
Arriv il 27 agosto, giorno della separazione. Quei signori volevano stabilirsi a Burcy per lapertura delle cacce, fissata al primo di settembre, e partirono in sedia di posta, facendosi seguire dai loro cavalli, condotti a mano dal Malese, che doveva raggiungerli al castello. Al momento della partenza, non potei trattenere le lagrime; trascinai Orazio in una camera, e lo pregai, per lultima volta, di condurmi secolui; gli esposi i miei ignoti timori; rammentai le mestizie, i terrori incomprensibili che lo assalivano repentinamente. Alle mie parole, il sangue gli sal al viso, e per la prima volta lo vidi far un segno dimpazienza, ma subito lo represse, e, parlandomi con dolcezza, mi promise, qualora il castello fosse abitabile, il che non credeva, di scrivermi dandar a raggiungerlo. Mi rincorai a tale promessa, e lo vidi allontanarsi pi tranquilla che non avessi sperato.
I primi giorni della nostra separazione per passarono in grande angoscia; eppure, ve lo ripeto, non eran questi patimenti damore, ma un presentimento incerto, continuo, duna grave sciagura. Il posdomani della partenza dOrazio, ricevetti una sua lettera in data di Caen. La lettura di essa avevami recato qualche sollievo, allorch lultima espressione che la chiudeva rinnov tutti i miei timori, tanto pi crudeli in quanto che fossero reali per me sola, mentre ad ogni altro sarebbero parsi chimerici; invece di dirmi a rivederci, il conte mi diceva addio. Lo spirito abbattuto si attacca alle minime cose, e poco manc non venissi meno leggendo quellultima parola.
Ricevetti una seconda lettera del conte in data di Burcy; egli aveva trovato il castello abbandonato da tre anni ed in orribile stato; non vi si trovava una camera ove non penetrasse il vento e la pioggia; era inutile quindi pensare, per quellanno, ad andar a raggiungerlo; senza sapermene spiegare il motivo, io maspettava quella lettera; mi produsse dunque minor effetto della prima. Alcuni giorni dopo leggemmo sul nostro giornale la prima notizia degli assassinii e delle rapine che spaventarono la Normandia; una terza lettera dOrazio ce ne fece pure qualche cenno, senza sembrar per dattaccare a tali voci tutta limportanza che lor davano i fogli pubblici. Gli risposi pregandolo di ritornare: quelle voci mi parevano un principio di realizzazione de miei presentimenti.
In breve, le notizie divennero sempre pi allarmanti; allora fui a mia volta assalita da subitanee tristezze e da sogni spaventosi. Non osava pi scrivere ad Orazio, lultima mia lettera essendo rimasta senza risposta. Mi recai a trovare madama di Lucienne, la quale era divenuta la mia consigliera; le narrai i miei sinistri presentimenti; essa mi disse allora quanto avevami ripetuto le cento volte mia madre: il timore chio fossi mal servita al castello aver solo trattenuto Orazio dal condurvimi; saper ella, meglio di chicchessia, quanto il conte mi amasse, ella cui egli erasi confidato a bella prima, e che tante volte di poi aveva ringraziata della felicit cui dicea doverle. Tale assicurazione dellamore dOrazio mi decise; risolsi, ove il prossimo corriere non mi annunciasse il suo arrivo, di partir io stessa e recarmi a raggiungerlo.
Ricevetti una lettera; lungi dal parlarmi di ritorno, Orazio si diceva costretto a rimanere ancora lontano due mesi circa; indi mi faceva le maggiori proteste di tenerezza, quasi cercasse consolarmi del dispiacere per la sua assenza: antichi impegni con amici sol potevano impedirgli di ritornare, e la certezza che sarei stata malissimo tra quelle orribili rovine, lo distoglievano dal chiedere che mi recassi presso di lui. Se avessi esitato ancora, quella lettera avrebbe bastato a decidermi. Scesi da mia madre, le dissi come Orazio mi autorizzasse ad andar a raggiungerlo, e che partirei lindomani sera: essa voleva accompagnarmi, e durai fatica a farle comprendere che segli temeva per me, tanto pi avrebbe temuto per lei
Partii dunque in posta, insieme alla mia cameriera, nativa di Normandia. Arrivando a Saint-Laurent-du-Mont, ella mi dimand il permesso dandar a passare tre o quattro giorni presso i suoi parenti, a Crvecur; acconsentii senza riflettere che, recandomi in un castello abitato soltanto da uomini, avrei avuto bisogno de di lei servigi; poi, anchio desiderava provare ad Orazio aver egli avuto torto di dubitare del mio stoicismo.
Giunsi a Caen verso le sette di sera; il mastro di posta, informato che una donna, la quale viaggiava sola, dimandava cavalli per recarsi al castello di Burcy, venne in persona alla portiera della mia carrozza, ed insistette tanto onde non continuassi la mia strada se non allindomani, chio cedetti. Daltra parte, sarei arrivata al castello in unora in cui tutti sarebbero addormentati, e forse, in grazia degli avvenimenti che succedevano ne dintorni, avrei trovato le porte chiuse s da non potermele far aprire; questo motivo, pi che il timore, mi decise a fermarmi allalbergo.
Le sere cominciavano ad esser fredde: entrai nella sala del mastro di posta, mentre mi si preparava una camera. Allora lostessa, per non lasciarmi pentire della presa risoluzione, mi raccont tutto ci che accadeva nel paese da quindici giorni; il terrore era al colmo; non si osava pi fare un quarto di lega fuor della citt dopo il tramonto del sole.
Passai una notte agitatissima; man mano che mavvicinava al castello, la mia fermezza andava sfumando; pensai che il conte avrebbe potuto aver forse, per allontanarsi da me, motivi ben diversi da quelli che maveva palesati; e, in tal caso, come accoglierebbe egli la mia presenza? Il mio inatteso arrivo sarebbe una disubbidienza ai suoi ordini, una violazione alla sua autorit; quel moto dimpazienza che non aveva potuto rattenere, non indicava una risoluzione irrevocabile? Fui quasi per scrivergli come io mi trovassi a Caen, ed aspettare che venisse a prendermi; ma tutti codesti timori si dileguarono dopo un sonno di alcune ore; allalba, ripresi tutto il mio coraggio. Feci attaccare i cavalli, e ripartii.
Erano le nove del mattino, allorch il postiglione si ferm, additandomi il castello di Burcy, il cui parco si vedeva a duecento passi dalla strada maestra. Una strada laterale conduceva ad un cancello: mi domand se fosse quello il luogo in cui intendeva recarmi, ed avendogli risposto affermativamente, cinoltrammo fra le terre.
La porta era chiusa; suonammo pi volte senza che ci venisse risposto. Cominciava a pentirmi di non aver annunciato al conte il mio arrivo. Orazio poteva essere andato a qualche partita di caccia; in tal caso, che cosa avrei fatto io, sola, in quel castello solitario, di cui non poteva neppur farmi aprire le porte? Doveva forse aspettare in qualche meschino albergo il loro arrivo? Era impossibile.
Infine, nella mia impazienza, scesi di carrozza, e suonai in persona con forza. Un essere vivente allora comparve: riconobbi il Malese, gli feci segno daffrettarsi, ed egli accorse ad aprirmi. Non mi diedi la pena di risalire in carrozza; seguii correndo il viale pel quale laveva veduto venire; in breve scrsi il castello; a prima vista mi parve in bastevole buono stato; mi slanciai per la scalea, entrai nellanticamera, udii parlare, spinsi una porta, e mi trovai nella sala da pranzo, in faccia ad Orazio, che faceva colazione con Enrico; ciascuno di essi avevasi a destra un paio di pistole sul tavolo.
Il conte, vedendomi comparire, balz in piedi e divenne pallido come un cadavere. Quanto a me, tremava tanto chebbi appena la forza di stendergli le braccia; egli saffrett a venire a sorreggermi. Orazio, gli dissi, perdonatemi; io non ho potuto sopportare il vostro abbandono... era troppo infelice, troppo inquieta... e vi ho disobbedito. E faceste male, rispose il conte con voce cupa. Oh! se il volete, sclamai spaventata a quellaccento, ripartir allistante... Vi ho veduto:  quanto desiderava... No, disse il conte, no; ora che mi siete vicina, rimanete... e siate la benvenuta. S dicendo, mabbracci, e fatto uno sforzo su se stesso, riprese tosto quella calma apparente, che mi faceva maggior paura che non il suo pi irritato aspetto.
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Capitolo 11.
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Per quella freddezza apparsa sul volto dOrazio a poco a poco svan; egli mi condusse nellappartamento che mi destinava; era una camera mobigliata sul gusto di Luigi 15.
S, la conosco, interruppi io;  quella in cui sono entrato!... Dio! Dio! ora comincio a comprendere tutto!...
L, riprese Paolina, il conte mi domand perdono del modo con cui mi aveva ricevuta; ma la sorpresa cagionatagli dal mio inatteso arrivo, il timore delle privazioni che avrei da soffrire passando due mesi in quel vecchio castello, erano stati pi forti di lui. Ma dacch io aveva osato tanto, egli procurerebbe di rendermene il soggiorno meno disaggradevole possibile: sfortunatamente, per quel d stesso o lindomani egli aveva fissata una partita di caccia, e sarebbe forse costretto di lasciarmi per uno o due giorni; non incontrerebbe mai pi nuove obbligazioni di simil genere, e gli servirei di buon pretesto per rifiutarle. Gli risposi che era libero appieno, e chio non era venuta per contrariarlo ne suoi piaceri, bens per rassicurare il mio cuore atterrito dalle dicerie di tutti quegli assassinii. Il conte sorrise, e part. Io era stanca del viaggio; mi posi a letto e maddormentai. A due ore del d dopo, il conte entr e mi domand se voleva fare una gita sul mare; la giornata era tanto bella che accettai.
Scendemmo nel parco; lOrne lo attraversava. Alla riva del fiumicello stava legata una graziosa barca; la sua forma era lunga e strana; ne chiesi la cagione. Orazio mi disse chella era modellata sul genere delle barche giavanesi, e che quella foggia di costruzione ne aumentava di molto la celerit; vi scendemmo, Orazio, Enrico ed io: il Malese prese i remi, ed aiutati dalla corrente, sboccammo in mare. Orazio ed Enrico spiegarono la lunga vela triangolare legata intorno allalbero, e volammo sullonde con istraordinaria velocit.
Era la prima volta chio vedeva lOceano; il magnifico spettacolo mi rap talmente da non accorgermi che ci dirigevamo verso una barchetta da cui eranci stati fatti alcuni segnali. Fui scossa dalla mia estasi dalla voce dOrazio che chiamava uno degli uomini della barca. Ol! ohe! signor marinaio, grid egli, che c di nuovo allHvre? Aff! poco o nulla affatto, rispose una voce che mi pareva conoscere; ed a Burcy? Tu lo vedi, ci  giunto un compagno inatteso, una tua antica conoscenza, madama di Beuzeval mia moglie. Come! madama di Beuzeval? sclam Massimiliano, cui allora riconobbi. Essa in persona, e, se ne dubiti, amico, vieni a presentarle i tuoi omaggi.
La barca si avvicin; Massimiliano la montava con due uomini; aveva un elegante costume da marinaio, e sulle spalle una rete che si preparava a gettare. Giunto vicino a noi, scambiammo qualche complimento; poi Massimiliano lasci cadere la rete, pass nel nostro canotto, parl un momento sottovoce con Enrico, mi salut, e torn quindi nella sua barca. Buona pesca! gli grid Orazio. Buon viaggio! rispose Massimiliano. E la barca ed il canotto si separarono.
Si avvicinava lora del pranzo: tornammo alla foce del fiume; ma il flusso erasi ritirato, talch fummo costretti a scendere sulla spiaggia, e risalire per le dune. Feci la strada da voi medesimo percorsa tre o quattro notti dopo; entrai nellabbazia, seguii il corridoio, e dallaltra parte dun boschetto mi trovai nei parco del castello.
La sera pass senza nessuna circostanza notevole; Orazio fu allegro, parl dabbellimenti da farsi al nostro palazzo di Parigi, e di un viaggio per la primavera; egli voleva condurmi in Italia con mia madre, e comperar forse a Venezia uno de suoi vecchi palagi di marmo, per passarvi il carnevale. Enrico invece pareva preoccupato ed inquieto al minimo romore. Tutte queste minuzie, alle quali badai poco sul momento, si rappresentarono pi tardi al mio spirito con tutte le loro cause, allora a me ignote, e il cui risultato me le fece soltanto in seguito comprendere.
Ci ritirammo, lasciando Enrico al fuoco.
La mattina seguente, mentre facevamo colazione, sintese suonare in modo particolare alla porta del parco. Massimiliano!... sclamarono ad una voce Orazio ed Enrico. In fatti, quegli chessi avevano nominato entr poco stante nel cortile, al gran galoppo del suo cavallo. Ah! eccoti qua, disse sorridendo Orazio; son lieto di rivederti, ma unaltra volta abbi un po pi cura de miei cavalli; guarda in quale stato hai messo il mio povero Plutone. Temeva di non arrivare a tempo, rispose Massimiliano; poi, interrompendosi, e volgendosi a me: Madama, mi disse, perdonatemi se mi presento cos dinanzi a voi; ma Orazio ha dimenticato, e lo scuso, che noi abbiam fissato per oggi una caccia con alcuni Inglesi, continu egli calcando su quella parola, giunti espressamente ier sera col battello a vapore, dimodoch bisogna che noi, che siamo gi belle pronti, non abbiamo a mancar loro di parola. Benissimo, disse Orazio, non vi mancheremo. Ma, riprese Massimiliano, volgendosi verso di me, non so se ora potremo mantenere la nostra promessa; questa caccia  troppo faticosa, perch madama possa accompagnarci. Oh! non inquietatevi, signori, mi affrettai a rispondere, non son venuta qui per essere dostacolo ai vostri piaceri; andate, e nella vostra assenza io custodir la fortezza. Tu vedi, disse Orazio, che Paolina  una vera castellana dei tempi antichi. Non le manca invece che un corteo di damigelle e di paggi, mentre essa non ha neppur la cameriera, questa essendo rimasta per istrada, e non sar qui che fra otto giorni. Oh! disse Enrico ad Orazio; se tu volessi restare al castello, noi faremo le tue scuse presso i nostri isolani. No, no, riprese vivamente il conte, voi dimenticate chio sono il pi interessato in questa scommessa; bisogna dunque che la sostenga in persona. Ve lho detto, Paolina ci scuser. Perfettamente, soggiunsi, e per lasciarvi tutta la libert, mi ritiro. Son subito da voi, mi disse Orazio; ed avvicinatomisi con tutta galanteria, mi condusse fino alla porta e mi baci la mano.
Salii nella mia camera; poco stante Orazio entr; era gi in costume da caccia, e veniva a salutarmi. Ridiscesi con lui fino alla scalea, e mi congedai da quei signori; allora essi pregarono Orazio affinch rimanesse presso di me. Ma io insistetti ondegli li accompagnasse, e partirono infatti, promettendo dessere di ritorno il d dopo.
Restai sola al castello col Malese; questa singolare societ avrebbe forse intimorita tuttaltra donna: ma io sapeva che costui era affezionatissimo ad Orazio dal giorno che lo aveva veduto assalire col pugnale la tigre nei canneti; soggiogato dallammirazione potente che le nature primitive risentono pel coraggio, avevalo seguito da Bombay in Francia, n lasciato mai pi. Sarei dunque rimasta affatto tranquilla, se avessi avuto per unica causa dinquietudine il suo aspetto selvaggio ed il suo bizzarro costume; ma io abitava in un paese divenuto da qualche tempo il teatro dinauditi misfatti, e quantunque non me ne avessero parlato n Orazio, n Enrico, i quali, nella loro qualit duomini, disprezzavano od almeno affettavano disprezzare un simile pericolo, quei casi lagrimevoli e sanguinosi mi tornarono in mente appena fui sola; per, non avendo nulla da temere durante il giorno, scesi nel parco, e risolsi di passare la mattina a visitare i dintorni del castello. I miei passi si diressero naturalmente verso la parte che gi conosceva: visitai di nuovo le ruine dellabbazia, ma questa volta in dettaglio. Voi le avete esplorate, e non ho bisogno di descriverle. Uscii dallatrio diroccato, e giunsi sul colle che prospetta il mare. Era la seconda volta chio ammirava il sublime spettacolo: non aveva dunque nulla perduto della sua maest: sedetti sullerba, e restai due ore, immobile, cogli occhi fissi, a contemplarlo, passate le quali me ne dipartii con dispiacere, ma voleva visitare le altre parti del parco. Ridiscesi verso il fiumicello, e seguitene alcun tempo le rive, vi ritrovai legata la barca del giorno innanzi e chera allestita in modo da potersene servire subito. Essa mi ricord, non so perch, il cavallo sempre sellato nella scuderia. Quellidea ne sugger unaltra, quella cio delleterna diffidenza dOrazio, e che con lui dividevano i suoi amici, quelle pistole che non lasciavano mai il suo capezzale, quelle pistole sul tavolo quandio era giunta. Mentre parevano sprezzare il pericolo, essi prendevano dunque precauzioni contro di lui? Ma allora, se due uomini credevano non poter sedere a mensa senzarmi, come mai mi lasciavano sola, io, donna inerme? Tutto ci mi riusciva incomprensibile. Assorta cos ne miei pensieri, proseguiva sempre a camminare, e mi trovai in breve nel pi fitto del bosco. Ivi, in mezzo ad un querceto; sorgeva un padiglione isolato ed ermeticamente chiuso; ne feci il giro, ma porte ed imposte erano s abilmente congiunte, che non potei vederne altro che lesterno. Mi promisi, la prima volta che uscissi con Orazio, di dirigere la passeggiata a quella volta, avendo gi divisato, se il conte non vi sopponeva, di formare del padiglione il mio gabinetto di lavoro.
Rientrai nel castello. Allesplorazione esterna tenne dietro linterna; la camera chio occupava metteva da una parte in una sala, dallaltra nella biblioteca; un lungo corridoio stendevasi da un capo allaltro delledificio e lo spartiva in due. Il mio appartamento era il pi completo; il resto era diviso in una dozzina di piccoli alloggi separati, composti di unanticamera, duna camera e dun gabinetto di toletta, il tutto in buonissimo stato, checch me ne avesse detto e scritto il conte.
Siccome la biblioteca mi pareva il pi sicuro contravveleno per la noia e la solitudine che mi attendevano, risolsi tosto di far conoscenza con lei. Si componeva in gran parte di romanzi del decimottavo secolo, i quali attestavano che i predecessori del conte avevano un gusto deciso per la lettura di Voltaire, di Crebillon figlio e di Marivaux. Alcuni volumi pi nuovi, e che sembravano comperati dal proprietario attuale, spiccavano fra quella collezione; erano libri di chimica, di storia e di viaggi; fra questi ultimi notai una bella edizione inglese dellopera di Daniel sullIndia: decisi di farne il compagno della mia notte, durante la quale sperava dormir poco. Ne trassi un volume dallo scaffale, e lo portai meco. Cinque minuti dopo, il Malese venne ad annunciarmi, a segni, che il desinare era pronto. Discesi, e trovai la tavola imbandita nellimmensa sala del giorno innanzi. Non posso dirvi qual sentimento di tristezza simpadronisse di me quando mi vidi costretta a mangiar cos sola, al chiarore di due ceri, la cui luce non perveniva sino al fondo della stanza, e permetteva allombra di dare agli oggetti le forme pi bizzarre. Tal sentimento penoso saumentava ancor pi per la presenza di quellabbronzito servitore, cui io non poteva comunicare le mie volont che con segni, ai quali per obbediva con una prontezza ed unintelligenza che aggiungevano qualche cosa di fantastico allo strano pasto. Pi volte minvogliai di dirigergli la parola, bench sapessi che non ne sarei compresa; ma, simile ai fanciulli che non osano gridar nelle tenebre, io pure temeva il suono della mia propria voce. Allorch ebbe servito le frutta, gli feci segno dandar ad accendermi un gran fuoco nella mia camera; la fiamma del focolare  la compagnia di quelli che non ne hanno; daltra parte, era decisa di coricarmi il pi tardi possibile, poich mi sentiva un terrore al quale non aveva pensato durante il giorno, e chera venuto colle tenebre.
Quando mi trovai sola nel vasto salone, il mio terrore aument; mi sembrava veder agitarsi le bianche cortine che pendevano dalle finestre, simili a lenzuola; pure non era la paura dei morti che magitava; ma tutto ci che aveva letto in campagna, tutto ci che mi avevano raccontato a Caen, mi tornava alla mente, e trasaliva al menomo romore. Restai immobile cos circa dieci minuti, non osando guardare n a dritta, n a manca, allorch intesi dietro di me un lieve strepito; mi volsi, e vidi il Malese. Incroci le mani sul petto e sinchin; era la sua maniera dannunciare che gli ordini ricevuti erano stati adempiti. Mi alzai: egli prese i lumi, e mi cammin dinanzi: trovai il mio appartamento assai ben preparato per la notte dalla mia strana cameriera, che, deposti i lumi sul tavolo, mi lasci sola.
Il mio desiderio era stato esaudito: un fuoco immenso ardeva nel vasto camino di marmo bianco; il suo bagliore si spandeva nella camera, e le dava un aspetto vivace, in tanto singolar contrasto col mio terrore chesso cominci a dileguarsi. La camera era tappezzata di damasco rosso a fiori, colla soffitta e le porte adorne di gran numero di volute e rabeschi, gli uni pi fantastici degli altri, rappresentanti danze di fauni e satiri, le cui facce grottesche ridevano dun riso doro, pel fuoco che riverberavano. Io non era per rassicurata al punto di coricarmi, essendo daltronde appena le otto della sera. Sostituii dunque semplicemente un accappatoio alla veste, ed avendo osservato che il tempo era bello, volli aprire la finestra alluopo di finir di ripigliare coraggio colla vista placida e serena della natura addormentata; ma per una precauzione, che credetti spiegare, attribuendola alla paura dei ladri, le imposte erano state chiuse al di dentro. Tornai dunque a sedere in un canto del fuoco, accingendomi a leggere il mio Viaggio dellIndia, allorch, fissando gli occhi sul volume, maccorsi daver preso il secondo invece del primo. Mi alzai per andar a cambiarlo, quando sulla soglia della biblioteca il mio timore massalse di nuovo; esitai alquanto; infine mi vergognai dun terrore s fanciullesco; aprii risoluta la porta, e mi avanzai verso lo scaffale ove stava il resto dellopera. Avvicinando il lume agli altri tomi per leggerne il numero, i miei sguardi caddero sul vuoto cagionato dalla mancanza del volume levato per errore, e dietro la scansia scrsi brillare un bottone di rame simile a quelli che si mettono alle serrature, e nascosto agli occhi dai libri ordinati sul davanti dello scaffale. Aveva veduto pi volte nelle biblioteche alcune uscite segrete, dissimulate da false legature; non cera quindi da stupire se una porta di simil genere saprisse in questa. Per la direzione nella quale essa era collocata rendeva quasi impossibile la cosa: le finestre della biblioteca erano le ultime del fabbricato; quel bottone era impiombato nel cornicione vicino alla seconda finestra; una porta praticata in quel luogo si sarebbe dunque aperta sul muro esteriore. Mi trassi indietro per esaminare, collaiuto del lume, se scorgeva qualche segno che indicasse unapertura, ma indarno; portai allora la mano sul bottone, procurai di farlo girare, ma resistette: calcai, e lo sentii cedere; lo premetti con maggior forza, ed allora una porta si spalanc con fracasso, sospinta verso di me da una molla. Quella porta metteva su di una scaletta a chiocciola praticata nella grossezza del muro.
Voi comprendete che simile scoperta non era di natura da calmare il mio spavento. Alzai il lume, e vidi che la scala sinternava perpendicolarmente; mi venne lidea di entrarvi, ma mi manc il coraggio; rientrai a ritroso nella biblioteca, e chiusi la porta ermeticamente; riposi subito il volume al posto nella tema si accorgessero chio laveva toccato, presentendo che quel segreto poteva interessare qualcuno. Presi a caso unaltra opera, e rientrata in camera ed assicurato luscio che metteva alla libreria, tornai a sedere accanto al fuoco.
I casi inaspettati acquistano o perdono della loro importanza secondo le disposizioni tristi o liete dellanimo, e secondo le circostanze pi o meno critiche nelle quali si versa. Certo, non avvi cosa pi naturale duna porta nascosta in una biblioteca e duna scala a chiocciola praticata nella grossezza del muro; ma se si scopre questa porta e questa scala di notte, in un castello isolato, ove abitate sola ed inerme; se questo castello sorge in mezzo ad una contrada turbata ogni giorno da voci di nuovi latrocinii o di nuovi misfatti; se un misterioso destino vi avvolge da qualche tempo; se lugubri presentimenti vennero le venti volte a farvi passare un mortal brivido nelle vene in mezzo ad una festa, oh! allora tutto diviene, se non realt, almeno spettro, fantasma; e nessuno ignora per esperienza che il pericolo ignoto  mille fiate pi terribile ed opprimente del pericolo visibile e materializzato.
Allora rammaricai limprudente congedo da me accordato alla cameriera. Il terrore  cosa s poco ragionata, che esso si esalta o si calma senza motivi plausibili. Lessere pi debole, un cane che ne accarezzi, un bimbo che ci sorrida, quantunque n luno n laltro possano difenderci, sono in questo caso sollievi pel cuore, se non armi pel braccio; se avessi avuto presso di me quella ragazza fedele, certo ogni timore sarebbe sparito, mentre, sola comera, mi sembrava chio fossi gi predestinata, e che nulla potesse salvarmi.
Restai cos due ore immobile, col sudore dello spavento sulla fronte; ascoltai suonare al pendolo le dieci ore, poi le undici; ad ogni colpo, mi aggrappava forte ai bracciuoli della poltrona. Fra le undici e le undici e mezza, mi parve udire il lontano sparo duna pistolettata; mi sollevai appoggiata per met al marmo del camino, poi, tutto essendo rientrato nel silenzio, ricaddi seduta colla testa rovesciata sulla spalliera. Rimasi cos ancora per qualche tempo cogli occhi fissi, e non osando distoglierli dal punto che guardava, nella tema non incontrassero, volgendosi, qualche causa di paura reale. A un tratto, mi parve udire, in mezzo alluniversale silenzio, il cancello posto rimpetto alla scalea, e che separava il giardino dal parco, stridere sui cardini. La speranza che Orazio tornasse scacci tosto ogni timore; corsi alla finestra, dimenticando che le imposte nerano chiuse; volli aprir luscio del corridoio; fosse balordaggine o precauzione, il Malese laveva chiuso nel ritirarsi, ed io mi trovava prigioniera; mi risovvenni allora che le finestre della biblioteca guardavano, come le mie, sul cortile; tirai il catenaccio, e per una di quelle bizzarre inspirazioni che fanno succedere al timore il coraggio, ventrai senza lume, pensando che coloro i quali giungevano ad ora s tarda potevano anche non essere Orazio ed i suoi amici, e che il lume avrebbe annunciato esser la mia camera abitata. Trovate le imposte chiuse soltanto appresso, ne apersi una senza difficolt, ed al chiaror della luna scorsi distintamente un uomo che teneva socchiuso il cancello, mentre due altri, portando un oggetto chio non poteva distinguere, varcavano la porta che il loro compagno chiuse subito dietro di essi. Quei tre uomini non si avanzavano verso la scalea, ma giravano intorno al castello, e siccome il sentiero li avvicinava a me, cominciai a riconoscere la forma del fardello che sorreggevano: era un corpo avvolto in un mantello.
Senza dubbio, la vista duna casa, che poteva essere abitata, diede qualche speranza a colui od a colei che si rapiva. Simpegn sotto la mia finestra una lotta, nella quale un braccio riusc a sporgere dallinvolto; quel braccio era coperto duna manica di vestito; non fuvvi pi dubbio: la vittima era una donna... Ma fu un lampo: il braccio che sagitava, preso vigorosamente da uno de tre, rientr sotto il mantello; poi tutto sparve allangolo del fabbricato e fra lombre dun viale di castagni, il quale conduceva al piccolo padiglione chiuso, da me scoperto il giorno innanzi in mezzo al querceto.
Non aveva potuto riconoscere quegli uomini; potei distinguere per esser coloro vestiti da contadini; ma, se erano veramente quelli che sembravano, perch mai venivano al castello? in qual modo eransi procurata una chiave del cancello? era un rapimento od un assassinio?... Tutto ci mi riusciva tanto incomprensibile e strano, che talvolta mi chiedeva se non fossi sotto limpero dun sogno: del resto, non intesi pi alcun rumore, e la notte prosegu il suo placido corso. Io era rimasta in piedi alla finestra, immobile di terrore... A un tratto, mi ricordai la porta nascosta, la scala misteriosa, e mi parve udire un sordo strepito da quella parte: corsi nella mia camera, chiusi a chiave luscio, ed andai a cadere sulla poltrona, senzaccorgermi che intanto erasi spenta la candela.
Quella volta non era pi un timore incerto e senza causa che mi agitava, ma qualche delitto reale e positivo che aggiravasi a me dintorno, e di cui aveva veduto gli agenti coi propri miei occhi; mi sembrava ad ogni momento veder aprirsi una porta secreta o sentir lo stridio impercettibile di qualche assicella mobile; tutti quei lievi rumori, cos distinti durante la notte, cagionati da mobili che scricchiolano o dal pavimento che si sconnette, mi facevano tremare, e sentiva nel silenzio i palpiti del cuore battere allunisono colle oscillazioni del pendolo. In quel punto, la fiamma della candela consumata raggiunse la carta che lavvolgeva, un bagliore momentaneo si diffuse per tutta la camera, poi and diminuendo; sud qualche scoppiettio; indi il lucignolo, sprofondando nel candelliere, si spense dimprovviso, lasciandomi senzaltro lume che quello del focolare.
Ravvicinai i tizzoni, e per poco il fuoco riprese nuovo ardere, ma la sua fiamma tremolante non valea a rassicurarmi; ogni oggetto era divenuto mobile come la luce che lo rischiarava, le porte tentennavano, le cortine sembravano agitarsi, lunghe ombre mobili correvano sulla soffitta e sulle tappezzerie: io sentiva che stava per isvenire. In quel punto intesi il piccolo strepito che precede lo scattar del pendolo, e suon mezzanotte.
Pure io non poteva passar tutta la notte sulla poltrona; sentiva il freddo invadermi. Risolsi di coricarmi vestita, ed introdottami sotto le coltri, mi tirai il lenzuolo sulla testa. Rimasi cos unora circa senza pensar neppure alla possibilit del sonno. Mi ricorder quellora per tutta la vita: un ragno ordiva la sua tela nellalcova, ed io ascoltava il lavoro incessante delloperaio notturno: a un tratto cess, interrotto da un altro rumore; mi parve distinguere il lieve stridio della porta della biblioteca, quando io compressi il bottone di rame; sporsi tosto il capo, e col collo teso, trattenendo il respiro, stetti in silenzio, dubitando ancora; in breve i miei dubbi si mutarono in certezza...
Non mi era ingannata... il pavimento scricchiol; passi duomo avvicinaronsi ed urtarono una sedia; ma al certo quegli che veniva temette dessere udito, poich ogni rumore cess, e successe profondo silenzio. Il ragno riprese la sua orditura... Oh! tutti questi dettagli, vedete, sono presenti alla mia memoria come se fossi l ancora, coricata su quel letto, lottante collagonia della paura.
Intesi un nuovo movimento nella biblioteca; la persona avvicinavasi alla parete cui era appoggiato il mio letto; udii mettere una mano sullassito; io era separata, da chi veniva cos, dalla grossezza appena di una tavola. Credetti intendere scivolare unassicella... Mi tenni immobile come se dormissi; il sonno era lunico mio scampo; il ladro, se colui lo era, pensando che non potrei n vederlo, n intenderlo, mi risparmierebbe forse giudicando la mia morte inutile: il mio viso, volto verso la parete, si trovava nellombra, lo che mi permise di guardare cogli occhi socchiusi. Allora vidi agitarsi le cortine, una mano le scost, poi una testa pallida comparve fra le drapperie rosse; in quel punto lultima luce del focolare rischiar lapparizione. Riconobbi il conte Orazio, e chiusi gli occhi!...
Quando li riaprii, la visione era sparita, bench le cortine fossero ancora agitate: intesi il fruscio dellassicella che si rinchiudeva, poi lo strepito decrescente dei passi, indi lo stridere della porta; in fine, tutto torn nella quiete e nel silenzio primitivo. Non so quanto tempo restassi cos immota e senza fiato; ma, verso lalba, affranta da quella veglia penosa, caddi in un letargo che somigliava al sonno.
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Capitolo 12.
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Fui risvegliata dal Malese, che bussava; come vi ho detto, mera coricata belle vestita andai quindi ad aprire subito; il domestico entr, spalanc le imposte, e vidi con piacere entrar nella stanza la luce del giorno. Balzai alla finestra. Era una di quelle belle mattine dautunno nelle quali il cielo, prima di coprirsi del suo velo di nubi, invia un ultimo sorriso alla terra; regnava in quel parco una quiete tale, che cominciai quasi a dubitare di me. Nondimeno gli avvenimenti della notte eranmi rimasti scolpiti nel cuore; poi, i luoghi stessi mi ricordavano i pi piccoli dettagli. Rivedeva il cancello apertosi per dar passaggio a quei tre uomini, a quella donna; i passi, le cui vestigia vedevansi tuttor impresse sulla sabbia, pi visibili nel luogo ove la vittima erasi dibattuta, quei passi scomparivano nel viale di tigli. Allora volli vedere, per rinforzare viepi la testimonianza de sensi, se altre nuove prove si aggiungessero a queste. Entrai nella biblioteca: limposta era semiaperta come laveva lasciata; una scranna giacente in mezzo alla camera era quella che aveva udito rovesciare; mavvicinai allassito, e, guardando con attenzione, scrsi la scannellatura impercettibile in cui scivolava; appoggiai la mano sulla modanatura che cedette; in quellistante, udii gente spalancare luscio della mia camera; non ebbi che il tempo di respingere lassicella e prendere un libro.
Era il Malese che veniva a cercarmi per far colazione; lo seguii. Entrando nella sala da pranzo trasalii di sorpresa; credeva trovarvi Orazio, ma la tavola era imbandita per una sola persona. Il conte non  tornato? domandai. Il Malese fe segno di no. No! mormorai stupefatta. No, ripet egli ancora col gesto. Caddi sulla sedia; il conte non era tornato!... eppure io lo aveva veduto venire al mio letto e sollevarne le cortine unora dopo che quei tre uomini... ma quei tre uomini non eran dessi il conte ed i suoi amici, Orazio, Massimiliano ed Enrico, che rapivano una donna?... Essi soli, infatti, potevano aver la chiave del parco, entrare cos liberamente, e senza essere veduti; non cera da dubitarne. Ecco perch il conte non voleva lasciarmi venire al castello, perch aveami ricevuta cos freddamente, e pretestata poi una partita di caccia. Il rapimento di colei era fissato prima del mio arrivo; il ratto ormai era eseguito. Il conte non mi amava pi, amava unaltra donna, e questa donna era nel castello, nel padiglione per certo!...
S, e il conte, per assicurarsi chio non aveva veduto n inteso nulla, era salito per la scaletta segreta, aveva spinto lassicella, smosse le cortine, e sicuro chio dormiva, era tornato a suoi amori. Ogni cosa adesso mi si spiegava, chiara e precisa. La mia gelosia aveva in un momento penetrato nelloscurit, atterrate le mura; non mi restava dunque pi nulla a conoscere: uscii a prender un po daria, ch mi sentiva soffocare!
Ogni traccia de passi era gi cancellata; il rastrello aveva livellata la sabbia. Percorsi il viale di tigli, giunsi al folto querceto, vidi il padiglione, ne feci il giro; era chiuso e sembrava inabitato, come il d prima. Tornai nella mia camera, mi gettai sulla poltrona ove la notte precedente aveva passate ore tanto agitate e crudeli, e stupii del mio spavento!... Trascorsi parte del giorno a passeggiar per la camera, aprendo e chiudendo la finestra; io aspettava la sera con altrettanta impazienza quanta era stata la mia paura del giorno innanzi di vederla giungere. Si venne ad annunciarmi esser pronto il pranzo. Discesi; vidi, come al mattino, una sola posata, e vicino ad essa una lettera. Riconobbi il carattere dOrazio, e ruppi tosto il sigillo. Egli scusavasi di lasciarmi due giorni cos sola, ma non aveva potuto tornare; la sua parola era impegnata prima del mio arrivo, ed aveva dovuto mantenerla a qualunque costo. Lacerai la lettera senza finirla e la gettai sul fuoco; poi mi sforzai di prendere qualche cibo, e risalii nella mia camera. La mia raccomandazione del giorno prima non era stata dimenticata, e vi trovai acceso un gran fuoco; ma quella sera poco mimportava. Aveva da formare un piano, e sedetti per riflettere. Quanto alla paura del d innanzi, dessa era svanita!
Il conte Orazio ed i suoi amici erano rientrati pel cancello, poich que tre individui erano proprio essi e lui; portata la donna nel padiglione, il conte era risalito dalla scaletta segreta ondassicurarsi sio fossi ben addormentata, e se nulla avessi inteso o veduto. Non mi restava dunque che a scendere per la scala, fare alla mia volta la strada percorsa dal conte, e recarmi l dondegli era venuto; risolsi dunque di passare per landito misterioso... Guardai il pendolo: segnava le otto e un quarto; andai, alle imposte, le trovai aperte. Senza dubbio non eravi pi nulla da vedere quella notte, non essendo state prese le precauzioni del giorno precedente; schiusi la finestra. La notte era burrascosa, il tuono rumoreggiava in lontananza, e sudiva il mare frangersi sulla spiaggia. Nel mio cuore agitavasi una tempesta assai pi terribile di quella della natura, ed i pensieri mi si cozzavano in testa pi cupi ed incalzanti delle onde dellOceano. Due ore passaron cos senza movermi, cogli occhi fissi, intenti...
Finalmente credetti giunto il momento opportuno; la pioggia, che in quella medesima sera del 27 al 28 settembre vi costrinse a rifugiarvi nelle ruine dellabbazia, cominciava a cadere. Escii dalla camera col lume e feci qualche passo nel corridoio. Regnava alto silenzio sol interrotto dai sibili lamentosi della procella, il cui rumore mi serviva, coprendo quello chio avrei potuto fare. Mavanzai verso la porta della biblioteca; era chiusa a chiave!... Io vera stata veduta il mattino, e temendosi che riuscissi a scoprire la scala, me ne avevano impedito lingresso. Fortunatamente il conte aveasi presa la briga dindicarmene un altro. Passai dietro al letto, compressi la modanatura mobile, lassito si spalanc, ed io mi trovai nella biblioteca. Andai senza esitare alla porticina nascosta, levai il volume che celava la vista del bottone, lo premetti, ed il tavolato, aprendosi, mi lasci libero il varco alla scala secreta; essa offriva il passo appunto per una persona sola; scesi tre piani; ad ognun di essi mi poneva in ascolto, ma non udii rumore; percorsi una vlta in linea retta; indi trovai una terza porta, che non oppose resistenza al par della seconda; essa metteva su duna scaletta simile a quella della biblioteca, ma che constava di due soli piani. Se ne usciva per unapertura di ferro quadrata; aprendola per met, intesi alcune voci; spensi il lume e lo deposi sullultimo gradino, poi mintrodussi per lapertura, formata allo spostamento dun frontone di camino. Lo spinsi e mi trovai in una spece di laboratorio chimico, rischiarato da una fioca luce proveniente dalla camera vicina per un pertugio rotondo collocato al disopra duna serica cortina verde.
Non mera ingannata, allorch mi pareva daver udito parlare, e infatti riconobbi la voce del conte e dei suoi amici. Avvicinai alla porta una sedia, vi salii, e potei cos por locchio al pertugio: Orazio, Massimiliano ed Enrico erano a tavola; per lorgia volgeva al suo termine. Il Malese li serviva stando in piedi dietro al conte. Ognuno indossava un camiciotto turchino ed aveva un paloscio alla portata della mano. Orazio si alz come per andarsene. Di gi? gli disse Massimiliano. Che volete che faccia qua io? rispose il conte. Bevi, disse Enrico, alzando il bicchiere. Qual piacere  il bere con voi! riprese il conte; alla terza bottiglia siete briachi come tanti facchini. Giochiamo!... Non sono un borsaiuolo per guadagnarvi il vostro denaro quando non siete in istato di difenderlo, disse il conte alzando le spalle e volgendosi per met. Ebbene! allora fa la corte alla nostra bella Inglese. Il tuo servo ha prese le debite precauzioni acci non sia rubella; sulla mia parola, ecco un giovanotto che se nintende. Prendi, galantuomo.
E Massimiliano porse al Malese una moneta doro. Generoso come un ladro, disse il conte. Via, via, riprese Massimiliano alzandosi anchegli; questo non  rispondere: vuoi tu possedere quella donna o no? Non voglio. Ebbene, la prender io. Un momento, grid Enrico, stendendo la mano; mi pare dessere qua anchio, e che vabbia diritto come chiunque altro. Chi ha ucciso il marito? Infatti,  un antecedente, disse ridendo il conte. A quelle parole, si ud un gemito; volsi gli occhi donde veniva; una donna stava distesa su dun letto a colonne, colle braccia e le gambe legate ai quattro sostegni del baldacchino. La mia attenzione era talmente concentrata sur un punto solo, che non me nera accorta. S, continu Massimiliano; ma chi li ha aspettati allHvre? chi si  affrettato ad avvertirvi? Diavolo, disse il conte, laffare simbroglia; bisognerebbe esser re Salomone per decidere chi vabbia maggior diritto, se la spia o lassassino. Bisogna insomma venirne ad una, disse Massimiliano; tu mi hai fatto pensare a quella donna, ed ora ne sono innamorato. Ed io pure, soggiunse Enrico; e siccome tu non te ne curi, cedila a chi pi taggrada di noi due. Affinch laltro mi vada a denunciare dopo qualche orgia in cui, come oggi, non sapr pi quel che si faccia? Oh! no, no, signori miei. Siete belli, siete giovani, siete ricchi, avete dieci minuti da farle la corte; spicciatevi, miei don Giovanni. Tranne la corte, quello che dicesti  unidea; chella stessa, riprese Enrico, si scelga chi di noi due le vadi pi a genio. Sia, rispose Massimiliano, ma che si spicci. E tu, Orazio, che parli tutte le lingue, spiegale tu questa nostra intenzione. Volontieri, risposegli; poi, voltosi allinfelice donna: Miledi, le disse nel pi puro accento inglese, ecco qui due malandrini, miei amici, entrambi, del resto, di buona famiglia, cosa donde vi si possono esibire sicure prove in tanto di pergamena, se lo desideraste, i quali, educati ne principii della setta platonica, vale a dire della divisione dei beni, hanno cominciato collo sciupare i propri averi; poi, trovando allora che tutto era mal ripartito nella societ, ebbero la virtuosa idea di porsi in agguato sulle strade maestre ovella passa, per correggere le sue ingiustizie, rettificarne gli errori, equilibrarne le ineguaglianze. Da cinque anni, per la maggior gloria della filosofia e della polizia, essi si occupano religiosamente di questa missione, che lor somministra i mezzi coi quali figurare nel modo pi onorevole nelle sale di Parigi, e che li condurr, com gi occorso a me, a concludere qualche buon matrimonio che li dispenser dal proseguire a fare i Carlo Moore ed i Giovanni Sbogarro. Frattanto, siccome in questo castello non avvi altra donna che mia moglie, chio non voglio ceder loro, essi vi supplicano umilissimamente di scegliere tra loro quegli che pi vi aggrada, altrimenti dovrete accontentarli ambedue. Ho parlato in buon inglese, madama, e mi avete voi compreso?... Oh! se qualche piet serbate in cuore, uccidetemi! uccidetemi! sclam la infelice. Cosa dice? mormor Massimiliano. Essa risponde che  uninfamia, disse Orazio, ed io pure confesso dessere alquanto del suo parere. Allora... sclamarono Massimiliano ed Enrico, alzandosi insieme. Allora fate quel che credete, rispose Orazio, e sedendo di nuovo, si vers un bicchiere di Sciampagna, e bevve. Oh! uccidetemi! uccidetemi! ripet la misera, vedendo i due giovani avanzarsi verso di lei.
Allora avvenne quanto era facile a prevedersi. Massimiliano ed Enrico, riscaldati dal vino, trovaronsi a faccia a faccia, e spinti dal medesimo desiderio, guataronsi con furore. Tu non vuoi cedermela? disse Massimiliano. No, rispose Enrico. Ebbene! allora me la prender io. Oh! la vedremo... Enrico! Enrico! disse Massimiliano, digrignando i denti; ti giuro, sul mio onore, che quella donna mi apparterr... Ed io ti prometto, sulla mia vita, chella sar mia! e credo premermi assai pi la mia vita, che non a te il tuo onore.
Allora ambedue, indietreggiando un passo, brandirono i palosci, e mossero incontro lun dellaltro. Ma per grazia, per piet, in nome del cielo, uccidetemi! grid per la terza volta la donna distesa sul letto. Cosa avete detto? domand Orazio, sempre seduto, volgendosi ai due giovani con far autorevole. Ho detto, rispose Massimiliano, vibrando un colpo ad Enrico, chio solo avr quella donna. Ed io, soggiunse Enrico, incalzando a sua volta lavversario, ho detto chella non toccher a lui, ma a me solo, e manterr il mio proponimento. Ebbene, mormor Orazio, mentiste entrambi per la gola; non lavrete nessuno.
A tali parole, afferr din sulla tavola una pistola, la spian verso il letto, e spar; la palla, passando tra i due contendenti, and a colpire la donna nel cuore. A quella vista, gettai un grido e caddi svenuta.
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Capitolo 13.
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Riavutami, mi trovai nel sotterraneo. Il conte, guidato dal mio grido e dal rumore della caduta avevami senza dubbio trovata nel laboratorio, ed approfittando del mio deliquio durato parecchie ore; maveva trasportata in quella tomba; l, presso a me, sopra una pietra, stava una lampada, un bicchiere ed una lettera; il bicchiere conteneva un veleno; la lettera diceva cos:
Voi voleste che la carriera del delitto fosse completa per me; Paolina, voi avete veduto tutto, tutto inteso; non ho dunque pi nulla a dirvi; sapete chi son io, o piuttosto quel chio sono. Se il segreto da voi sorpreso riguardasse me solo, se nessunaltra vita fuor della mia fosse in pericolo, la rischierei anzich farvi cadere un sol capello, ve lo giuro, Paolina. Ma unindiscrezione involontaria, un segno di spavento strappato alla vostra memoria, una parola sfuggita in sogno pu condurre al patibolo, non solo me, ma anche due altri uomini. La vostra morte assicura tre esistenze: bisogna dunque che moriate. Un istante ebbi lidea di uccidervi mentre eravate svenuta, ma mi venne meno il coraggio, poich voi siete la sola donna chio abbia amata, Paolina; se aveste seguito il mio consiglio o piuttosto obbedito a miei ordini, sareste ancora presso vostra madre; veniste invece qui, incolpate dunque voi sola del vostro destino. Vi risveglierete nel sotterraneo in cui anima viva non  discesa da venti anni, e nel quale da qui a ventanni forse nessun altro discender. Perdete adunque ogni speranza di soccorso. Presso questa lettera troverete un veleno; tutto quanto posso fare per voi  di offrirvi una morte rapida e dolce invece di unagonia lenta e dolorosa. In ambo i casi, a qualunque partito vi appigliate, da questora voi siete morta. Nessuno vha veduta, nessuno vi conosce: la donna da me uccisa per togliere ogni diverbio tra Massimiliano ed Enrico, sar ricondotta a Parigi e seppellita in vece vostra nelle tombe della famiglia, e vostra madre pianger sulla di lei salma, credendo piangere sulla propria figlia.
Addio, Paolina; io non imploro da voi n oblio, n misericordia.  gi molto tempo che son maledetto, ed il vostro perdono non mi salverebbe.
Rilessi la lettera due o tre volte; non poteva convincermi della sua realt. Andai in silenzio allinferriata: era chiusa; feci due o tre volte il giro del recinto, battendone col pugno incredulo le umide pareti; poi tornai a sedere in un canto. Io mi trovava proprio in una prigione; alla luce della lampada distingueva bene il veleno e la lettera; ci non pertanto dubitava ancora... Restai cos immobile fin quando la lampada cominci a scrosciare. Allora unidea terribile massalse di repente; pensai al lume che, vicino a spegnersi, stava per lasciarmi nelle tenebre; mi lanciai verso la lampada: lolio era quasi tutto consumato; io doveva prepararmi alla morte nelloscurit... La fiamma vacill simile allultimo soffio che tremola sulle labbra del morente; infine si spense portando seco la luce che costituisce la met della vita...
Ricaddi nellangolo del carcere Ogni dubbio sparve per me. Finch aveva potuto distinguere gli oggetti, io non pensava al silenzio; dacch la luce fu spenta, esso mi pes sul cuore con tutto il pondo delloscurit. Del resto, regnava in quel luogo alcun che di cos tetro e ferale, che se anche avessi avuta la speranza dessere intesa, avrei forse esitato a gridare. Oh! gli era pur un di que silenzi di morte che vengono a sedere per tutta leternit sugli avelli de sepolcri!...
Eppure, ve stranezza! la vicinanza della morte avevami quasi fatto dimenticare colui che cagionavate... Trascorse un tempo che non potei calcolare, durante il quale probabilmente si spense il giorno e cal la notte, poich, al ricomparire del sole, un raggio che penetrava da qualche fessura del suolo venne ad illuminar la base dun pilastro. Gettai un grido di gioia, come se quel raggio mapportasse qualche speranza. I miei occhi fissaronsi su quel raggio con tanta persiste, che finii col distinguere perfettamente tutti gli oggetti sparsi sulla superfice cui rischiarava. Scrsi alcune pietre, un pezzo di legno ed un cespo di musco; tornando sempre al medesimo sito, il raggio aveva finito col cavare dalla terra quella meschina e debile vegetazione.
Cominciai a provare una sete ardente ed a sentir confondersi le idee; nubi sanguigne mi passavano davanti agli occhi, ed i denti mi si serravano come in una crisi nervosa; tuttavia teneva sempre lo sguardo fisso sulla luce. Senza dubbio essa penetrava per unapertura molto angusta, poich, quando il sole cess di colpirla di fronte, il raggio si appann e divenne visibile appena. Quella scomparsa tolsemi il poco coraggio che mi restava: mi contorsi di rabbia, e singhiozzai convulsivamente.
La mia fame erasi cambiata in un acuto dolore allo stomaco. La bocca mi ardeva; provai il desiderio di mordere; presi tra i denti una treccia di capelli e la masticai. In breve fui assalita da una febbre ardente, bench il polso mi battesse appena. Cominciai a pensare al veleno; allora mi posi in ginocchio, e giunsi le mani per implorare la divina assistenza, ma fui incapace di ricordarmi altre preghiere fuorch alcune frasi interrotte e senza senso. Sentiva dessere in preda ad un principio di delirio. Mi lasciai cadere distesa colla faccia contro terra... Un profondo letargo simpadron di me, e rimasi assopita senza che il sentimento della mia posizione cessasse di vegliare. Allora cominci una serie di sogni pi incoerenti gli uni degli altri. Quel sonno doloroso, invece di darmi qualche riposo, maffranse del tutto. Mi risvegliai con una fame ed una sete divoranti; allora pensai una seconda volta al veleno a me vicino, e che poteva procurarmi una fine dolce e rapida. Malgrado la debolezza, malgrado le mie allucinazioni, malgrado la febbre lenta che mardeva, sentiva che la morte era ancor lontana, che mi toccherebbe aspettarla per molto tempo ancora, e che mi restavano le ore pi crudeli da trascorrere; risolsi quindi di rivedere almeno unaltra volta quel raggio di luce consolatore che il giorno innanzi era venuto a visitarmi...
Il raggio desiderato ricomparve alfine. Lo vidi scendere pallido e sbiadito; quel giorno, il sole era senza dubbio velato. Allora mi si par allimmaginativa tutto quantei rischiarava sulla terra: gli alberi, i prati, quelle acque cos belle; Parigi che pi non doveva rivedere; mia madre lasciata per sempre, mia madre che forse aveva gi ricevuto la nuova della mia morte, e che piangeva sua figlia vivente; a tai pensieri, a tali rimembranze, non potei trattenere le lagrime e proruppi in singhiozzi per la prima volta che mi trovava nel funebre luogo. Calmatosi il parossismo, cessai dal singhiozzare, e piansi in silenzio. Era decisa di togliermi col veleno alla penosa agonia; eppure soffriva meno.
Rimasi come il d prima fissando il raggio sinch lo vidi risplendere; poi, come il giorno precedente, impallid e scomparve... Lo salutai colla mano... gli dissi addio colla voce, sicura di non rivederlo pi... Allora mi concentrai in certo qual modo ne miei ultimi pensieri. Non aveva commessa in vita mia unazione cattiva e riprovevole n come figlia, n come moglie; moriva senza alcun sentimento dodio, senza desiderio di vendetta. Io non doveva dipartirmi dalla terra che per volare in cielo: codesta era per me una dolce speranza, la sola consolazione che rallegrasse la mia partenza da questo mondo.
In breve mi parve che tal idea si diffondesse anche a me dintorno; cominciai a provare quel santo entusiasmo che forma il coraggio dei martiri. Malzai in piedi, colla faccia sollevata al cielo, e mi parve che il mio sguardo, fendendo la vlta del carcere, giungesse fin al trono dellEterno. Lesaltazione religiosa avea represso ogni spasimo: mi diressi verso la pietra su cui stava il veleno, come se mi fosse dato veder tra le tenebre: afferrai il bicchiere, ascoltai se non udiva qualche rumore, guardai se non trapelasse qualche raggio di luce: mi convinsi ben bene dellimpossibilit di sfuggire ai dolori che mattendevano, e bevvi il veleno, mescolando, in un ultimo mormorio di rammarico e di speranza, il nome di mia madre che stava per abbandonare, e quello di Dio che doveva veder tra poco.
Poscia ricaddi al suolo, la visione celeste si era dileguata, il velo della morte stendevasi tra essa e me. I tormenti della fame e della sete ricomparvero. A codesti spasimi stavan per aggiungersi quelli del veleno. Aspettava con ansiet il sudore di ghiaccio che doveva annunciarmi lultima agonia... Dimprovviso intesi proferire il mio nome; riaprii gli occhi, ed il bagliore duna luce mi percosse: voi eravate l, davanti al cancello della mia tomba!... voi, vale a dire il sole, la vita, la libert... Misi un grido e mi slanciai... Voi sapete il resto.
Ed ora, continu Paolina, vi ricordo sul vostro onore il giuramento che mi faceste di nulla rivelare di codesto terribil dramma, finch vivr ancora uno de tre principali attori che vi presero, parte.
Glielo rinnovai.
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Capitolo 14.
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La confidenza fattami da Paolina mi rendeva ancora pi sacra la sua posizione. Sentii allora tutta limportanza che doveva acquistare quella devozione onde il mio amore per lei formavami una felicit; ma nel medesimo tempo compresi quale indelicatezza avrei commessa parlandole di quellamore altrimenti che colle cure pi assidue e le pi rispettose attenzioni, il piano convenuto tra noi venne adottato; ella pass per mia sorella e mi chiam fratello; tuttavia ottenni da lei, facendole comprendere la possibilit dessere riconosciuta da qualcuna che lavesse veduta nelle sale di Parigi, che rinunciasse allidea di dar lezioni di lingua e di musica. Quanto a me scrissi a mia madre ed a mia sorella comio fossi deciso a rimanere per uno o due anni in Inghilterra. Paolina mostr difficolt a dare il suo consenso, allorch le partecipai questa mia risoluzione, ma vedendo chera per me una grande felicit il poterla effettuare, non ebbe pi coraggio dopporvisi, e questo progetto assunse la forza dun affare convenuto.
Paolina aveva esitato sempre a decidersi se rivelerebbe o no il segreto alla genitrice, e se, morta per tutti, sarebbe viva per colei che le diede la vita; io stesso laveva indotta ad appigliarsi a codesto partito, senza per insistere, giacch mi doleva troppo il togliermi da quella posizione di protettore che mi rendeva tanto felice, in mancanza daltro titolo; ma Paolina, dopo aver ben ponderato, avea respinto, con mia sorpresa, lidea di tal consolazione, e, per quante istanze le facessi, essa aveva rifiutato di palesarmene il motivo, sotto pretesto di non volermi affliggere.
Giorni e settimane passarono cos, per lei in una malinconia, la quale non sembrava talvolta priva dattrattive; per me, nella speranza, se non nella felicit, poich la vedeva sempre pi stringersi a me coi vincoli del cuore, e senza accorgersene ella stessa mi offriva prove lente, ma visibili del cambiamento che in lei operavasi in mio favore; quando lavoravamo amendue, essa occupata in qualche ricamo ed io intento ad un disegno o ad un aquerello, mi accadeva sovente, alzando gli occhi, dincontrare i suoi fissi in me; se uscivamo assieme, lappoggio che dapprima mi chiedeva era quello che poteva domandare una straniera ad uno straniero; ma alcun tempo dopo, fosse debolezza od abbandono, la sentiva dolcemente pesarmi sul braccio. Se usciva solo, la scorgeva quasi sempre alla finestra, guardando dalla parte dondera certa che io doveva venire; tutti questi segni mi apparivano come rivelazioni di futura felicit; io le era grato di ciascun dessi e ringraziavala interiormente poich temeva, esternandomi, di farla accorta che il suo cuore prendeva labitudine dunamicizia pi che fraterna.
Io aveva fatto uso delle mie lettere di raccomandazione, e sebbene noi vivessimo ritirati, pure alle volte ci accadeva di ricevere qualche visita, poich noi dovevamo sfuggire a un tempo il tumulto del mondo e laffettazione della solitudine. Tra le nostre conoscenze pi familiari eravi un giovine medico che aveva aquistato in Londra grande celebrit pe suoi profondi studi su alcune malattie organiche; ogni volta che veniva a visitarci, guardava Paolina con seria attenzione, che dopo la sua partenza lasciavami sempre inquieto; infatti, que freschi e brillanti colori della giovent, onde un d ne aveva veduta ricca la carnagione, e di cui attribuiva sulle prime lassenza alle privazioni ed ai patimenti sofferti, non eran ancora ricomparsi a tingerle le gote, altre volte vermiglie, dalla notte in cui laveva trovata moribonda nel sotterraneo; e se anche un repentino rossore le saliva al viso, era per darle un aspetto febbrile pi inquietante dello stesso pallore finch vi restava. Talora accadeva, che ad un tratto, senza causa, come pure senza regolarit, ella provasse spasimi cui sottentravano deliqui, seguiti poi da grande malinconia. In fine, essi rinnovaronsi con tal frequenza, che un giorno in cui il dottor Serry era venuto a farci una delle sue solite visite, lo distolsi dalla preoccupazione onde immergevalo sempre la vista di Paolina, e, prendendolo pel braccio, scesi con lui in giardino.
Facemmo pi volte, senza proferir parola, il giro del praticello smaltato di fiori; infine, io stava per interrompere il silenzio, quando il medico mi prevenne. Siete inquieto per la salute di vostra sorella? mi dissegli. Lo confesso, risposi, e voi mi lasciaste intravedere certi timori, che aumentano sempre pi quelli che provo io stesso. Ed avete ragione, continu il medico; essa  minacciata duna malattia cronica dello stomaco. Ha ella provato forse qualche accidente che abbia potuto alterare questorgano?  stata avvelenata...
Il dottore riflett un istante. S,  cos, non mera ingannato, ed io vi prescriver un regime chella dovr seguire con grandesattezza. Quanto alla parte morale del trattamento, dipende da voi; procurate a vostra sorella le maggiori distrazioni possibili. Fors presa da nostalgia, ed un viaggio in Francia le farebbe bene. Non vuol ritornarvi. Ebbene! un viaggio in Iscozia, in Irlanda, in Italia, dovunque ella desideri, ma lo credo necessario; la variet, unaria pura, la vista di amene contrade, potranno forse recarle sollievo.
Strinsi la mano al dottore, e rientrammo in casa; egli doveva mandar la ricetta a me. Per non inquietar Paolina, io era deciso di sostituire, senza dir nulla, il regime che le verrebbe prescritto al nostro ordinario tenore di vita; ma fu precauzione inutile; appena il dottore ci ebbe lasciati, Paolina mi prese la mano. Vi ha tutto palesato, n vero? mi dissella.
Simulai di non comprendere; essa sorrise tristamente. Ebbene! ecco il motivo per cui non ho volute scrivere a mia madre... a qual pr renderle la figlia, quando, fra un anno o due, la morte verr a riprenderla? Basta piangere una sol volta quelli che si amano. Ma, le risposi, voi vingannate dassai riguardo al vostro stato. Quello che soffrite  una semplice indisposizione. Oh!  un male pi serio di quello che crediate, disse Paolina sempre col suo sorriso dolce e tristo, e sento che il veleno ha lasciato orme indelebili del suo passaggio, e che ne sono colpita mortalmente; ma ascoltate: io non voglio disperare. Non desidererei meglio che di vivere; salvatemi una seconda volta, Alfredo. Ditemi, che debbo fare io? Voi seguirete le prescrizioni del dottore; esse sono facili; un regime semplice, ma continuato, distrazioni, viaggi! Dove volete condurmi? io son pronta a partire. Vi lascio libera la scelta; noi andremo a visitare i paesi che pi incontreranno la vostra simpatia. La Scozia, se volete, poich siamo gi a mezza strada.
Feci subito i preparativi della partenza, e tre giorni dopo noi partimmo da Londra. In breve entrammo nella Scozia. Con Walter Scott alla mano, visitammo tutta quella terra poetica chegli, simile ad un mago, il quale evochi fantasmi, ha ripopolata de suoi antichi abitanti, frammischiandovi le originali e graziose creazioni della sua fantasia; ritrovammo gli erti sentieri ove camminava il prudente Dalgetty sul suo buon corsiero. Costeggiammo il lago sul quale di notte scivolava come un vapore la donna bianca dAvenello. Andammo ad assiderci sulle rovine del castello di Lochleven, allora medesima in cui la regina di Scozia nera fuggita, e cercammo sulle rive del Tay il campo chiuso ove Torquil della Quercia vide cadere i suoi sette figli sotto la spada dellarmaiuolo Smith, senza proferire altro lamento che queste parole sette volte ripetute: Ancora uno per Eachar!...
Questa corsa sar sempre per me un sogno di felicit cui non savvicineranno giammai le realt dellavvenire. Paolina aveva una di quelle organizzazioni suscettibili alle impressioni, come ce ne vogliono per gli artisti, e senza la quale un viaggio non riesce che un semplice cambiamento di localit, unaccelerazione nellabitual cambiamento della vita, un mezzo per distrarre lo spirito colla vista stessa degli oggetti che dovrebbero occuparlo; non una memoria storica le sfuggiva, non una poesia della natura le andava perduta, sia chessa si manifestasse nei vapori del mattino, o nel crepuscolo della sera. Per me, mi pareva di essere sotto limpero dun incantesimo; non una parola sulle vicissitudini trascorse erasi tra noi proferita dal punto in cui me le aveva raccontate; per me, il passato spariva alle volte come se non fosse mai esistito. Il presente solo che ci riuniva, esisteva a miei occhi. Gettato su duna terra straniera, ovio non aveva altri che Paolina, ovessa nessun altro aveva fuor di me, i vincoli che ci univano ristringevansi ognor pi collisolamento; ogni giorno io sentiva di far un passo nel suo cuore, ogni giorno una stretta di mano, un sorriso, il suo braccio appoggiato al mio, la sua testa adagiata sulla mia spalla, erano sempre nuovi diritti chella maccordava senza dubitarne per lindomani; e pi ella sabbandonava cos, pi, pur aspirando ogni ingenua emanazione dellanima sua, io masteneva sempre dal parlarle damore, nella tema si accorgesse che da gran tempo avevamo oltrepassati i limiti dellamicizia.
Riguardo alla salute di Paolina, le previsioni del dottore si erano in parte avverate; quellattivit, che il cambiamento de luoghi e le memorie chessi ricordavano intrattenevanle nello spirito, distoglieva il suo pensiero dalle tristi reminiscenze che lopprimevano, tosto che nessun oggetto importante venisse a distrarla. Ella medesima cominciava quasi a dimenticare, e man mano che gli abissi del passato si dileguavano nellombra, le sommit dellavvenire rischiaravansi di nuova luce... La sua vita, chella aveva creduto ristretta ai limiti duna tomba, cominciava a dilatarsi per orizzonti men tetri, ed unaria sempre pi respirabile veniva a mischiarsi allatmosfera soffocante fra cui si era sentita precipitata.
Passammo tutta la state in Iscozia, poi facemmo ritorno alla nostra casetta di Piccadilly, ove ritrovammo quellallettativa che lo spirito pi incline ai viaggi prova nei primi momenti del ritorno. Ignoro cosa accadesse nel cuore di Paolina, ma so che quanto a me io non era mai stato cos felice. Un sentimento puro come la fratellanza ci univa. Da un anno io non aveva osato ripetere a Paolina che lamava, da un anno Paolina non mi aveva fatta la menoma confidenza; eppure noi ci leggevamo nel cuore luno dellaltra come in un libro aperto, non ci rimaneva alcun segreto da rivelarci. Desiderava io pi di quello che avessi fin allora ottenuto?... Non so; trovava tanto invidiabile la mia posizione, che avrei forse temuto che una felicit pi grande non la precipitasse verso qualche scioglimento fatale ed ignoto. Se io non era un amante, era pi che amico, pi che fratello; io era lalbero contro il quale, povera edera, ella si appoggiava; era il fiume che trasportava la sua barca sulla mia corrente; era il sole da cui venivanle la luce; ella mi doveva lesistenza, e probabilmente non era lontano il giorno in cui chi esisteva per cagion mia, esisterebbe anche per me.
Cos passavamo la nuova vita, quando un giorno ricevetti una lettera da mia madre, colla quale mi annunciava essersi presentato a mia sorella un partito vantaggioso; il conte Orazio di Beuzeval, che aggiungeva alla propria sostanza venticinquemila lire di rendita ereditate dalla prima moglie, Paolina di Meulien, domandava Gabriella in isposa!!...
Per fortuna era solo, allorch aprii la lettera, che la sorpresa mi avrebbe tradito; quella notizia non era in fatti stranissima, e qualche nuovo mistero della Provvidenza non si nascondeva egli in quella bizzarra predestinazione che traeva il conte Orazio in faccia al solo uomo da cui fosse conosciuto? Bench io avessi fatto ogni sforzo per contenermi, pure Paolina, rientrando, si accorse che, nella sua assenza, erami accaduto qualche cosa di straordinario; per non durai fatica a darle ad intendere tuttaltro, e quando le ebbi detto che affari di famiglia mi costringevano a tornare in Francia, essa attribu naturalmente al dispiacere di separarci labbattimento nel quale mi trovava. Anzi, la vidi impallidire anchella, e fu costretta a sedere: era la prima volta che ci allontanavamo luno dallaltra dopo un anno circa dacch laveva salvata. Eppoi, due cuori che si amano, nel momento della separazione, sebbene breve in apparenza e senza pericoli, provano sempre di quegli intimi presentimenti che la rendono inquietante e dolorosa, malgrado qualunque cosa che la ragione sappia suggerire per rassicurarli.
Non cera un minuto da perdere; mi decisi dunque di partire lindomani. Paolina discese nel giardino, ove la raggiunsi quando tutto fu pronto per la partenza. La trovai seduta sulla panca medesima ove mi aveva raccontato la dolorosa sua storia. Da quel tempo, come gi dissi, quasi fosse realmente addormentata nelle braccia della morte, come si credeva, nessun eco era venuto di Francia a risvegliarla, ma forse essa si avvicinava al termine di questa tranquillit, e lavvenire per lei stava per riannodarsi dolorosamente a quel passato, che con tutti i miei sforzi io aveva voluto farle dimenticare. La trovai mesta e pensierosa; le sedetti vicino. Dunque partite? mi dissella. Non posso far a meno, Paolina, risposi con voce che cercava di render calma; vhanno casi, e voi meglio dogni altro il sapete, che dispongono di noi, e cinvolano ai luoghi che non vorremmo mai abbandonare nemmeno unora. La felicit di mia madre, di mia sorella, forsanco la mia, dipendono dalla mia prontezza a far questo viaggio. Allora andate, giacch il bisogno lo richiede; ma non dimenticate che anche in Inghilterra avete una sorella la quale non ha madre, la cui felicit dipende da voi solo, e che vorrebbe poter in qualche cosa giovare alla vostra!... Oh! Paolina! sclamai stringendola tra le braccia; ditemi, dubitate voi del mio amore? credete voi chio non mi allontani col cuore lacerato? Credete forse che il momento pi felice della mia vita non sar quello in cui rientrer in questa casetta che cinvola al mondo intiero?... S, lo credo, rispose Paolina, poich sarebbe ingratitudine il dubitarne. Il vostro amore per me fu sempre cos delicato e sublime, che posso parlarne senza arrossire, come parlerei delle vostre virt... In quanto alla felicit maggiore che sperate, Alfredo, io non la comprendo!... La nostra felicit, ne sono certa, consiste nella purezza medesima delle nostre relazioni; quanto pi la mia posizione  grave e forse senza paro, quanto pi sono svincolata dai miei doveri verso la societ, tanto pi debbo essere severa nellosservarli... Oh! s... s, le dissi, vi comprendo, e Dio mi punisca, se cercassi staccare un fiore dalla vostra corona di martire per sostituirvi un rimorso! ma infine possono accadere avvenimenti tali che vi rendano libera!... La stessa vita adottata dal conte, perdonate se torno su codesto argomento, lo espone pi dogni altro... Oh! s... s, lo so... Ecco perch non apro mai un giornale senza tremare. Lidea di poter iscorgere il nome che ho portato figurare in qualche processo sanguinoso; luomo, che chiamate mio marito, minacciato di morte infame... Ebbene!... come parlar di felicit in tal caso, supponendo che gli sopravvivessi?... Oh! anzitutto... Paolina, non cessereste di essere la pi pura, come la pi adorata delle donne... Non ha egli avuto cura di mettervi al riparo di s medesimo, tanto che nessuna macchia de suoi delitti, n del suo sangue possa disonorarvi?... Ma non voleva parlar di ci, Paolina! in unaggressione notturna, anche in un duello, il conte pu trovare la morte... Oh! lo so...  terribile pur troppo di non aver altra speranza di felicit se non quella che deve scorrere dalla ferita o dalla bocca dun uomo frammischiata col suo sangue e col suo estremo anelito!... Ma, insomma, per voi medesima... una tal fine... non sarebbe un beneficio del caso... un oblio della Provvidenza? Ebbene?... disse sorpresa Paolina. Ebbene! allora, Paolina, luomo che senza patti si fece amico vostro, vostro protettore e fratello, non avrebbe diritto ad un altro titolo? Ma questo uomo ha riflettuto bene allimpegno che prenderebbe sollecitandolo? Senza dubbio, e vi travede assai promesse di felicit, senza scoprirvi motivi di sgomento... Ha egli pensato che sono esiliata dalla Francia, che la morte del conte non varr a rompere il mio bando, che i doveri da me impostimi verso la sua vita, sapr impormeli verso la sua memoria?... Paolina, le dissi, ho pensato a tutto... Lanno che abbiamo passato insieme  stato il pi felice della mia vita... Lo ripeto, non ho alcun vincolo reale che mi trattenga in una parte del mondo piuttosto che nellaltra... Il paese ove sarete, sar la mia patria! Ebbene! rispose Paolina, con accento s soave che, meglio duna promessa, racchiudeva tutte le speranze; tornate con questi sentimenti, lasciamo decidere allavvenire, e confidiamo in Dio.
Io le caddi a piedi, baciandole le ginocchia.
Nella medesima notte lasciai Londra; verso mezzod giunsi allHvre, e partii tosto in una sedia da posta; ad unora del mattino mi trovava da mia madre.
Seppi chella erasi recata ad una conversazione con Gabriella in casa di lord G..., ambasciatore dInghilterra. Domandai se le signore si trovavano sole; ebbi per risposta che il conte Orazio era venuto a prenderle; feci una rapida toletta, salii in un cabriol di piazza e mi feci condurre al palazzo dellambasceria.
Allorch vi giunsi, le sale cominciavano a votarsi; vi restava tuttavia gente abbastanza perch potessi introdurmi senza essere osservata. Non tardai a vedere mia madre seduta, e mia sorella che danzava, luna con tutta la solita sua serenit danimo, laltra colla gioia dellinnocenza. Mi fermai alla porta; io non era venuto per fare un riconoscimento in una festa da ballo; daltra parte, cercava una terza persona, sicuro che non doveva esser lontana. Infatti, le mie investigazioni non furono lunghe; il conte Orazio stava appoggiato allo stipite della porta, di contro alla quale io mi trovava. Lo riconobbi al primo aspetto per colui che maveva descritto Paolina; era proprio lincognito da me intraveduto ai raggi della luna nellabbazia di Gran-Pr...
Terminata la contraddanza, Gabriella and a sedere vicino alla madre. Pregai subito un servo davvertire madama di Nerval e sua figlia che qualcuno le aspettava nella sala delle pellicce e de mantelli. Mia madre e mia sorella proruppero in un grido di sorpresa e di gioia vedendomi. Eravamo soli: potei abbracciarle. Mia madre non osava credere ai propri occhi. Io aveva posta tanta sollecitudine nel viaggio, che appena essa credeva mi fosse giunta la lettera. Infatti, il giorno prima, a quellora medesima, io mi trovava ancora a Londra.
N mia madre, n mia sorella pensarono a rientrare nella sala da ballo; chiesero i mantelli, e diedero lordine al servo di far avanzare la carrozza; Gabriella disse allora qualche parola allorecchio di mia madre.  giusto! disse questa; ed il conte Orazio...? Domani, risposi io, andr a fargli una visita, e gli presenter le vostre scuse. Eccolo per lappunto, disse Gabriella.
Infatti, il conte aveva osservato che le signore lasciavano la sala, e dopo qualche minuto, non vedendole ricomparire, erasi posto in cerca di esse e le aveva trovate mentre accingevansi alla partenza.
Confesso che vedendo avanzarsi quelluomo verso di noi, un involontario brivido mi corse per tutte le membra. Mia madre sent il mio braccio tremare sotto al suo; vide i miei sguardi scontrarsi in quelli del conte, e per quel naturale istinto materno che prevede tutti i pericoli, prima che alcuno di noi due proferisse verbo: Perdono, dissella al conte,  mio figlio che da quasi un anno non abbiamo riveduto, e ch arrivato or ora da Londra.
Il conte sinchin. Sarei il solo, dissegli con gentilezza, ad affliggermi di questo ritorno, madama, e mi priver egli del piacere daccompagnarvi?  probabile, signore, risposio contenendomi a stento, poich laddove son io, mia madre e mia sorella non hanno bisogno daltro cavaliere. Ma  il conte Orazio! mi disse mia madre volgendosi vivamente verso di me. Conosco codesto signore, risposi io, con un accento nel quale cercai di mettere tutti glinsulti.
Sentii mia madre e mia sorella tremare alla lor volta; il conte impallid orribilmente; ma nessun altro segno ne trad la emozione. Egli savvide de timori di mia madre, e con un garbo ed una convenienza, che parevano volessermi insegnare il modo con cui io doveva comportarmi, sinchin ed usc. Mia madre lo segu ansiosa degli sguardi; poi, allorch lo perdette di vista: Partiamo subito! dissella trascinandomi verso lo scalone.
Discendemmo, salimmo in carrozza, e rientrammo in casa senza esserci scambiata parola.
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Capitolo 15.
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I nostri cuori, come si pu facilmente comprendere, erano in preda a diversi pensieri; e mia madre, appena di ritorno a casa, fe segno a Gabriella di ritirarsi nella sua camera. La povera fanciulla venne a presentarmi la fronte, come soleva fare una volta, ma appena ebbe sentito le mie labbra toccarla e le mie braccia stringerla al petto, proruppe in un pianto dirotto. Allora i miei sguardi fissandosi in lei, penetraronle nel cuore, e ne sentii piet. Cara sorella, le dissi, non bisogna adirarsi meco per cose di me pi forti.  Dio che crea gli avvenimenti, e gli avvenimenti comandano agli uomini. Dopo la morte di mio padre io devo rispondere di te a te stessa; a me tocca vegliare sulla tua vita, e renderla felice. Oh! s, s, rispose Gabriella; tu sei il padrone: quel che ordinerai, lo far, sii tranquillo. Ma non posso trattenermi dal temere senza sapere ci chio tema, e di piangere senza sapere perch pianga. Rassicurati, le dissi, il pericolo maggiore  passato, grazie al cielo, che vegliava su di te. Va nella tua camera, e prega come unanima innocente deve pregare; la preghiera dilegua i timori e terge le lagrime. Vanne.
Gabriella mi abbracci ed usc; gli sguardi di mia madre la seguirono con ansiet; poi, allorch la porta fu chiusa: Cosa significa ci? mi dissella. Ci significa, madre mia, le risposi con voce rispettosa, ma nello stesso tempo ferma, che questo matrimonio, di cui mi parlaste,  impossibile, e che Gabriella non pu sposare il conte Orazio. Il male  che sono quasi impegnata, disse mia madre. Vi disimpegner io, me ne assumo lincarico. Ma infine, mi dirai tu perch, senza alcuna ragione...? Mi credete cos insensato, interruppi io, di frangere cose tanto sacre quanto la parola, se non avessi forti motivi di farlo? Ma tu me li dirai, lo spero. Nol posso, nol posso, madre mia: son legato da un giuramento. So che si dicono molte cose a danno della riputazione del conte, ma non si  potuto ancora provar nulla. Crederesti tu forse a tutte queste calunnie? Credo a miei occhi, madre mia, ed io credo... Possibile! Ascoltate: voi sapete se io vamo, e se amo mia sorella; sapete se, quando si tratta della felicit di entrambe voi, io sia capace di prendere con leggerezza unimmutabile risoluzione; sapete, infine, se io sia uomo da spaventarvi con una menzogna; ebbene! madre mia se io non fossi arrivato a tempo, vel giuro; se si fosse celebrato questo matrimonio; se mio padre, nellassenza mia, non fosse uscito dalla tomba per collocarsi tra sua figlia e codestuomo; se Gabriella si chiamasse a questora madama di Beuzeval, non mi rimarrebbe che una cosa da fare, e la farei, credetemelo, e sarebbe di rapirvi, voi e vostra figlia, di fuggire con voi dalla Francia per non rientrarvi mai pi, e dandar a cercare in qualche estranea terra loblio e loscurit, invece dellinfamia che ci attenderebbe nella patria nostra. Ma non puoi dirmi?... Nulla posso io dirvi... ho giurato... se potessi parlare, non avrei che a proferire una parola, e mia sorella sarebbe salva Ma qualche pericolo la minaccia forse? No, almeno finch io sar in vita. Cielo, cielo! sclam mia madre; tu mi spaventi!
Maccorsi dessermi lasciato trasportare troppoltre mio malgrado. Ascoltate, continuai; forse la cosa sar men grave di quello chio temo. Nulla  convenuto positivamente tra voi ed il conte, nulla  manifesto al mondo; qualche parola incerta, qualche supposizione, n vero, e nulla pi? Era questa sera solamente la seconda volta che il conte ci accompagnava. Ebbene, madre mia, prendete un pretesto per non ricever visite; chiudete la porta a tutti, al conte come agli altri. Mincarico io di fargli comprendere come le sue visite riescano inutili. Alfredo, disse mia madre sbigottita, prudenza soprattutto. Il conte non  uomo da congedarsi senza dargli una ragione plausibile. Siate tranquilla, madre mia, adoprer tutte le convenienze opportune. Riguardo poi alla ragione plausibile, gliene dar una. Fa come vuoi; tu sei il capo della famiglia, n io mi opporr alla tua volont; ma, in nome del cielo, misura il linguaggio che terrai al conte, e se ricusi accondiscendere a suoi voti, mitiga quanto puoi lumiliazione del rifiuto. Me lo prometti? Ve lo prometto, madre mia.
Ed abbracciatala mi ritirai per andar a riposare.
Risvegliandomi, trovai una lettera del conte; me laspettava. Non avrei per creduto che avesse serbata tanta calma e ritenutezza: era un modello di cortesia e di nobilt. Eccola:
Signore,
Per quanto grande fosse il mio desiderio di farvi pervenire questa lettera, non ho voluto spedirvela per mezzo n dun servo, n dun amico. Questo modo dinvio, bench duso generale in simili circostanze, avrebbe potuto svegliare qualche inquietudine nelle persone che vi sono care, e che voi mi permetterete, lo spero, di riguardar ancora, malgrado quanto accadde ier sera in casa di lord G..., n come straniere, n come indifferenti per me.
Nonostante, signore, comprenderete facilmente che le poche parole scambiate tra noi richieggono una spiegazione. Spero la vostra gentilezza sapr indicarmi lora ed il luogo ove la potr ottenere. Un affare di simil genere esige, credo io, segretezza e non altri testimoni che le persone interessate; per, qualora lo desideraste, condurr due miei amici.
Spero avervi ieri dato la prova chio vi riguardava gi come un fratello, e credetemi che mi rincrescerebbe assai di dover rinunciare a codesto titolo, e che sarei astretto di far violenza a tutte le mie speranze ed a tutti i miei sentimenti per dovervi trattare come mio avversario e nemico.
Conte Orazio.
Risposi subito:
Signor conte,
Non vi eravate ingannato; io attendeva un vostro scritto, e vi ringrazio sinceramente delle precauzioni da voi prese per farmelo ricapitare. Per, siccome sarebbero precauzioni inutili con voi, ed essendo necessario che riceviate una pronta risposta, permettete che ve la mandi per mezzo del mio servo.
Come lo pensate,  duopo fra noi una spiegazione, e, se il volete, avr luogo oggi stesso. Escir a cavallo, e passegger, da mezzogiorno ad unora, pel bosco di Boulogne, viale della Muta. Non fa bisogno dirvi, signor conte, che sar lietissimo di potervi incontrare. Riguardo ai testimoni, a parer mio, perfettamente daccordo col vostro, li trovo inutili in questa prima conferenza.
Non mi resta pi, signor conte, per rispondere in tutto alla vostra lettera, che a parlarvi de miei sentimenti per voi. Desidererei sinceramente che quelli che nutro per voi potessero essermi inspirati dal cuore; sfortunatamente, mi sono dettati dalla coscienza.
Alfredo di Nerval.
Scritta e mandata al suo destino questa lettera, discesi da mia madre; ella erasi realmente informata se qualcuno fosse venuto da parte del conte, e, dietro risposta negativa dei domestici, la trovai pi tranquilla. Gabriella poi aveva chiesto ed ottenuto il permesso di restare nella sua camera; finita la colazione, mi fu condotto il cavallo, chio aveva ordinato: secondo le mie istruzioni, le selle erano munite di due tasche darcioni; vi misi due buone pistole da duello belle cariche, non avendo dimenticato essermi stato detto che il conte Orazio non usciva mai senzarmi.
Mi trovai allappuntamento alle undici ed un quarto, tanto era grande la mia impazienza. Percorsi il viale in tutta la sua lunghezza; nel volgermi vidi il conte allaltra estremit: ognuno di noi mise il cavallo al galoppo, e cincontrammo alla met del viale. Osservai chegli, al par di me, aveva due tasche da pistole alla sella del destriero. Vedete bene, mi disse Orazio, salutandomi con cortesia, che il mio desiderio dincontrarvi era pari al vostro, poich ambidue abbiamo anticipata lora. Ho percorso cento leghe in un giorno ed una notte per aver questonore, signor conte, gli risposi inchinandomi; vedete che non resto indietro. Presumo che i motivi i quali vi hanno ricondotto in patria con tanta sollecitudine non saranno segreti s da non poterne anchio esser partecipe; e sebbene il mio desiderio di conoscervi e stringervi la mano mi avrebbe facilmente determinato a fare una simil corsa in minor tempo ancora, se fosse stato possibile, non ho la vanit di credere abbiate lasciata lInghilterra per tal ragione. Voi ben vapponete, signor conte. Interessi di grandentit, interessi di famiglia, pei quali il nostro onore fu sul punto dessere compromesso, furono la causa della mia partenza da Londra e del mio arrivo a Parigi. Il vostro linguaggio mi fa sperare, riprese Orazio inchinandosi di nuovo, e con un sorriso la cui espressione diveniva sempre pi amara, che questo ritorno non abbia avuto per causa la lettera indirizzatavi da madama Nerval, colla quale vi partecipava un progetto di matrimonio tra madamigella Gabriella e me. Vingannate, signore, risposi corrispondendo allinchino, poich son venuto espressamente per oppormi a questo matrimonio, che non pu aver luogo.
Il conte impallid, e si morse le labbra; poi riprese quasi subito la solita sua calma. Spero, soggiunse egli, che voi apprezzerete il sentimento che mimpone di ascoltare con sangue freddo le strane vostre risposte. Questo sangue freddo, signore,  una prova del desiderio che ho di stringere seco voi vincoli di parentela, e cotesto desiderio  tale che avr lindiscrezione di spingere le mie inchieste fin allultimo. Mi fareste lonore di dirmi, signore, quali siano le cause che possono valermi da parte vostra questa cieca antipatia, da voi espressa tanto francamente? Cavalchiamo vicino lun allaltro, se volete, e continueremo a discorrere.
Misi il cavallo allo stesso passo del suo, e percorremmo il viale nellapparenza di due amici che passeggiassero. Vi ascolto, signore, ripresegli. Anzi tutto, risposi, permettetemi, signor conte, di rettificare il vostro giudizio sullopinione che ho di voi; non  una cieca antipatia,  un fondato disprezzo.
Il conte si rizz sugli arcioni, come persona spinta agli estremi della pazienza, poi si pass la mano sulla fronte, e con voce in cui era difficile distinguere la menoma alterazione: Simili sentimenti sono abbastanza pericolosi, signore, perch non siano professati, e soprattutto manifestati se non dopo unintima conoscenza di chi li ha inspirati. E chi vi dice che non vi conosca a perfezione, signore? risposi fissandolo in volto. Pure, se la mia memoria non minganna, vi ho incontrato appena ieri per la prima volta, Tuttavia il caso, o piuttosto la Provvidenza, ci aveva gi ravvicinati;  vero che fu di notte, e che voi non mi vedeste. Aiutatemi a ricordarmene; non son molto destro negli enimmi, disse il conte. Mi trovava nelle ruine dellabbazia di Grand-Pr nella notte del 27 al 28 settembre.
Il conte trasal, e rec la mano alle tasche degli arcioni; io imitai il suo movimento; egli se ne accorse. Ebbene? riprese, rimettendosi tosto. Ebbene! vi ho veduto uscire dal sotterraneo; vi ho veduto nascondere una chiave. E dopo tale scoperta, a qual determinazione vi appigliaste? A quella di non lasciar assassinare madamigella di Nerval, come tentaste farlo con madamigella Paolina di Meulien. Paolina non  morta! sclam il conte, arrestando il cavallo e dimenticando, per la prima volta, linfernale sangue freddo che non avealo abbandonato un istante. No, signore, Paolina non  morta, risposi fermandomi anchio; Paolina vive, malgrado la lettera che le avete scritto, malgrado il veleno che le propinaste, malgrado le tre porte che chiudeste su di lei, e chio seppi riaprire colla chiave che vi vidi nascondere. Comprendete ora? Perfettamente, signore, ripigli il conte colla mano nascosta in una tasca delle pistole; ma ci che non comprendo  che, al fatto di questi segreti e con tali prove, non mi abbiate denunziato subito. Ho fatto un sacro giuramento, signore, e son costretto ad uccidervi in duello come se foste un galantuomo. Lasciate stare dunque le pistole, poich, assassinandomi, guastereste le vostre cose. Avete ragione, rispose il conte chiudendo le tasche mentre metteva di nuovo il cavallo al passo. Quando ci battiamo? Domani mattina, se volete, ripresi rallentando le redini del mio. Va bene. In qual luogo? A Versailles, se vi aggrada. Benissimo; alle nove vi aspetter allo stagno degli Svizzeri co miei testimoni. I signori Massimiliano ed Enrico, n vero?... Avete qualche motivo per ricusarli? Voglio acconsentire a battermi con un assassino, ma non voglio che prenda per padrini i due suoi complici; ne faremo senza, se permettete. Quali sono le vostre condizioni, signore? disse il conte mordendosi le labbra a sangue. Siccome il nostro scontro deve rimanere un segreto per tutti, qualunque ne possa essere il risultato, cos sceglieremo ciascuno i nostri testimoni tra gli ufficiali della guarnigione di Versailles, pei quali resteremo affatto sconosciuti; essi ignoreranno la cagione di questo duello, e vi assisteranno solamente per prevenire laccusa dassassinio. Vi garba cos? A maraviglia; e le vostre armi? Siccome potremmo farci colla spada qualche meschina graffiatura che potrebbe impedirci di continuare il combattimento, a pistola mi sembra preferibile. Portate il vostro astuccio, io porter il mio. Ma, soggiunse il conte, noi possediamo ambedue al presente le armi, tutte le condizioni sono pattuite; perch rimettere ad un altro giorno un affare che potremmo terminare oggi stesso? Mi restano alcune disposizioni da prendere, per le quali  necessaria questa proroga. Mi sembra dessermi condotto a vostro riguardo in modo da poter ottenere tal concessione. Quanto al timore che vi preoccupa, rassicuratevi, signore, vi ripeto di aver fatto un sacro giuramento. Ebbene, signore, ripose Orazio inchinandosi, a rivederci domani, alle nove ore. A domani alle nove.
Scambiatoci un ultimo saluto, di gran galoppo ci allontanammo per parti opposte. In fatti, la proroga da me chiesta al conte bastava appena per mettere in ordine i miei affari, dimodoch tornato a casa andai tosto a rinchiudermi in camera. Non ignorava esser pericolose le sorti del combattimento che andava ad affrontare; conoscendo il sangue freddo e la perizia del conte, io poteva benissimo rimanere ucciso; in tal caso, bisognava assicurare la sorte di Paolina.
Quantunque in tutto il mio racconto non avessi mai pronunciato il suo nome, continu Alfredo,  inutile il dirti che la sua memoria mera sempre rimasta scolpita nel pensiero. I sentimenti svegliatisi in me al rivedere mia madre e mia sorella, eransi collocati presso al suo, ma senza scemarlo, e sentii quanto lamava al doloroso senso che mi colse quando, prendendo la penna, pensai di scriverle forse per lultima volta... Finita la lettera, vaggiunsi un contratto di rendita di 10,000 franchi, e sigillai il tutto, collindirizzo del dottore Serrey, Grosvenor-Square a Londra.
Il resto della giornata e parte della notte furono da me impiegati in preparativi di tal genere. Mi coricai a due ore del mattino, raccomandando al servo di svegliarmi alle sei. Egli fu esatto alla consegna; era un uomo sulla cui fedelt io sapeva di poter contare. Lo incaricai della lettera diretta al dottore, collordine di portarla in persona a Londra qualora io restassi ucciso. Duecento luigi che gli lasciava dovevano servire, in codesto caso, ad indennizzarlo delle spese del viaggio, e se il destino mi favoriva, li avrebbe tenuti a titolo di gratificazione. Gli mostrai inoltre il cassettino in cui eran rinchiusi gli ultimi miei saluti a mia madre, se la sorte mi fosse stata funesta; doveva poi tenermi pronta una sedia di posta fino alle cinque della sera, e se alle cinque non fossi ancora tornato, partire per Versailles ed informarsi di me. Prese queste precauzioni, montai a cavallo; a nove meno un quarto mi trovava al luogo prefisso co miei due testimoni: erano questi, come aveva gi fissato, due ufficiali dussari, a me affatto ignoti, ma che non avevano esitato a rendermi il servizio loro richiesto, essendosi accontentati di sapere trattarsi dun affare nel quale io diceva compromesso lonore di una buona famiglia; ci era bastato.
Aspettavamo da cinque minuti appena, allorch il conte arriv co suoi padrini. I nostri testimoni, esperti delle localit pi confacenti alluopo, trovarono subito il terreno convenevole, ove giunti, esponemmo loro le nostre condizioni, e li pregammo di esaminare le armi.
Il conte non isment allora la riputazione che godeva di valore e di cortesia; egli volle cedermi tutti i vantaggi, ma io rifiutai. Si decise dunque che la sorte regolerebbe i posti e lordine nel quale avremmo fatto fuoco; riguardo alla distanza, fu fissata a venti passi. I limiti erano segnati, per ognuno di noi, da una seconda pistola carica, affinch potessimo continuare il combattimento nelle medesime condizioni, qualora n luna, n laltra delle due prime palle avessero colpito.
La sorte favor il conte due volte di seguito; ebbe dapprima la scelta dei posti, poi la priorit; egli and tosto ad esporsi ai raggi del sole, adottando di propria volont la posizione pi svantaggiosa; gliene feci losservazione, ma sinchin, rispondendo che, siccome il caso lo aveva fatto arbitro della scelta, cos desiderava stare al posto che pi gli piaceva; andai dunque a prendere il mio alla distanza convenuta.
Mentre i padrini caricavano le nostre armi, ebbi il tempo di esaminare il conte, e debbo confessarlo, egli mantenne sempre il contegno freddo e tranquillo dun uomo veramente coraggioso. Poco dopo i testimoni ci si avvicinarono presentando a ciascuno di noi una pistola, e, deposta laltra ai nostri piedi, sallontanarono. Il conte allora mi rinnov linvito di far fuoco pel primo, ed io ripetei il rifiuto. Cinchinammo verso i nostri testimoni per salutarli; poi mi disposi a ricevere il colpo, ristringendomi il meglio possibile e coprendomi il basso del volto col calcio della pistola, la cui canna mi ricadeva sul petto, nel vuoto formato fra lavambraccio e la spalla. Appena ebbi presa codesta precauzione, i padrini ci scambiarono il saluto, ed il pi vecchio di loro diede il segnale, dicendo: A voi, signori. Nel medesimo punto vidi il bagliore della fiamma, intesi il rumore del colpo sparato dal conte, e sentii una doppia commozione al petto ed al braccio; la palla aveva incontrato la canna della pistola, e deviando, mi aveva forata la carne della spalla. Il conte parve sorpreso di non vedermi cadere. Siete ferito? mi disse facendo un passo innanzi. Non  nulla, gli risposi prendendo la pistola colla sinistra. Ora a me, signore.
Il conte gett la pistola scarica, riprese laltra e si mise al suo posto.
Mirai lentamente e con freddezza, poi feci fuoco; credetti dapprima di non averlo colpito, vedendolo rimanere immobile al posto ed alzare la seconda pistola, ma prima che potesse abbassarne la canna contro di me, preso da tremito convulso, si lasci sfuggire larme di mano; volle parlare, vomit una boccata di sangue, e cadde disteso morto al suolo; la palla gli aveva traforato il petto.
I testimoni si avvicinarono prima al conte, poscia vennero da me. Vi era fra loro un chirurgo maggiore; lo pregai di prestare le sue cure al mio avversario, chio credeva ferito pi pericolosamente di me.  inutile, mi rispose, scuotendo il capo; colui non ha pi bisogno delle cure di nessuno. Ho agito io da uomo donore, signori? chiesi loro.
Essi sinchinarono in segno di adesione. Allora, dottore, abbiate la bont, dissi sbottonando labito, di mettermi qualche cosa su questa graffiatura, onde stagnare il sangue, poich debbo partire subito. A proposito, soggiunse il pi anziano degli ufficiali, mentre il chirurgo finiva di medicarmi, ove bisogner portare il corpo del vostro amico? Via Borbone, N. 16, risposi, sorridendo mio malgrado dellingenuit di quel bravuomo, a casa del signor di Beuzeval.
Ci detto, balzai a cavallo, che un ussaro teneva per mano insieme a quello del conte, e, ringraziando unultima volta quei signori della buona e leale assistenza, li salutai colla mano, e ripresi al galoppo la strada di Parigi. Era tempo che vi giungessi; mia madre era disperata; non vedendomi scendere allora della colazione, volle salire nella mia camera, ed in un cassettino della scrivania aveva trovata la lettera a lei indirizzata.
Gliela strappai di mano e la gettai sul fuoco insieme a quella destinata a Paolina, poi labbracciai come si abbraccia una madre che si fu sul punto di non veder pi, e che si deve lasciare senza sapere quando ci sar dato di poterla rivedere.
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Capitolo 16.
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Sei giorni dopo la scena che ti raccontai, continu Alfredo, eravamo nella nostra casetta di Piccadilly, seduti a far colazione col t, allorch Paolina, la quale leggeva una gazzetta inglese, impallid a un tratto orribilmente, lasci cadere il giornale, gett un grido e svenne. Scossi con violenza il campanello; le cameriere accorsero; la trasportammo nella sua camera, e mentre la svestivano, discesi per mandare in cerca del dottore e trovar sul giornale la causa del suo svenimento. Appena lebbi aperto, i miei occhi si fermarono su queste righe, tradotte dal Corriere francese:
Riceviamo in questo punto i dettagli pi singolari e misteriosi di un duello che ebbe luogo a Versailles, e che pare cagionato da motivi sconosciuti dodio violento.
Ier laltro mattina, 5 agosto 18... due giovani che sembravano appartenere allaristocrazia parigina, giunsero nella nostra citt, ciascuno da parte opposta, a cavallo e senza servi. Luno si diresse alla caserma della via Reale, laltro al caff della Reggenza; col essi pregarono due ufficiali di accompagnarli sul luogo dello scontro. Ognuno dei combattenti aveva portato le sue armi; si stabilirono le condizioni, e gli avversari, posti a venti passi di distanza, si fecero fuoco addosso; uno dei due  morto sul colpo; laltro, di cui signora il nome, part subito per Parigi, malgrado una grave ferita riportata nella spalla.
Lestinto  il conte Orazio di Beuzeval; ignorasi il nome dellavversario.
Paolina aveva letto quellarticolo, e leffetto prodotto su di lei era stato tanto pi terribile, in quanto che nessuna precauzione ve lavea preparata. Dopo il mio ritorno, non le aveva mai parlato di suo marito; e, quel che  pi, quantunque sentissi la necessit di farle un giorno o laltro conoscere il caso che la rendeva libera, lasciandole per ignorare la causa della sua libert, non mi era ancora deciso ad alcun modo di rivelazione, ben lontano dal pensare che i giornali avrebbero prevenuto il mio cauto silenzio, annunciandole cos brutalmente e violentemente una notizia che richiedeva, ondesser detta, massime per lei, di salute sempre vacillante, pi precauzioni studiate che per qualunque altra donna.
In quel mentre entr il dottore; gli dissi che una violenta emozione aveva prodotto in Paolina una nuova crisi; salimmo insieme nella sua camera; la malata era tuttora svenuta, ad onta dellacqua gettatale sul viso e dellessenze datele a respirare. Il dottore propose di salassarla; si accinse infatti ai preparativi necessari; allora mi manc il coraggio, e fuggii in giardino.
Vi rimasi mezzora circa, col capo ascoso tra le mani, agitato da mille pensieri diversi. In tutto quello chera accaduto, io aveva seguito passivamente il doppio interesse del mio odio pel conte e dellamicizia per mia sorella; abborriva quelluomo dal giorno in cui maveva tolto ogni felicit sposando Paolina; ed il bisogno duna vendetta personale, il desiderio di rendere il male fisico in cambio del dolore morale, mi aveva trasportato come mio malgrado; aveva voluto uccidere od essere ucciso, e nulla pi. Ora che la cosa era compita, io ne vedeva svolgersi tutte le conseguenze. Mi sentii battere sulle spalle: era il dottore. E Paolina? sclamai giungendo le mani. E rinvenuta ai sensi.
Mi alzai per correre da lei: il dottore mi trattenne. Ascoltate, continu egli, grave  la disgrazia che lha colpita; ella ha bisogno anzi tutto di riposo... Non entrate per ora nella sua camera. E perch? interruppi. Perch  necessario chessa non provi nessuna violenta emozione. Io non vi ho mai chiesto nulla sulla vostra posizione a di lei riguardo; non vi domando confidenze. Voi la chiamate vostra sorella; siate o non siate suo fratello, questo non mi riguarda come uomo, ma mimporta assai come medico. La vostra presenza, la vostra stessa voce hanno su Paolina una visibile influenza... Io lho sempre notato, ed anche test, quando le presi la mano, il vostro solo nome pronunciato acceler in maniera sensibile il battito del suo polso. Ho proibito che oggi nessuno entrasse nellappartamento dellinferma, fuor di me e delle sue cameriere; non trasgredite i miei ordini. C dunque pericolo? sclamai. Tutto  pericolo per unorganizzazione scossa com la sua; ci vorrebbe per lei un farmaco portentoso che le facesse obliare il passato; essa  tormentata da qualche reminiscenza, da qualche dispiacere, da qualche dolore che la consuma. S, s, gli risposi, nulla  nascosto a voi, e tutto penetrate cogli occhi della scienza,... No, non  mia sorella; no, non  mia moglie, e neppur mia amante:  un essere angelico che amo, che adoro al disopra dogni cosa, al quale per non posso rendere la felicit, e che morr nelle mie braccia colla sua corona di vergine e di martire!... Far quel che vorrete, dottore; non entrer senza il vostro permesso, vi obbedir come un fanciullo; ma quando potr rivedervi? Torner entro la giornata... Ed io, che far, gran Dio?... Or via, coraggio!... siate uomo... Se sapeste quanto lamo!
Il dottore mi strinse la mano; lo accompagnai sino alla porta, poi rimasi immobile al luogo dove maveva lasciato. In fine, uscii da quellapatia, ascesi macchinalmente le scale, mi avvicinai alluscio che metteva nella sua camera, e non osando entrare, mi posi in ascolto. Credetti dapprima che Paolina dormisse, ma alcuni singhiozzi soffocati mi pervennero tosto allorecchio; misi la mano sulla chiave; mi ricordai allora della mia promessa, e, per non mancarvi, corsi fuor di casa.
Errai due ore circa come un pazzo, poi mi decisi di ritornare a casa. Incontrai sulla porta un servo che usciva correndo: egli andava a chiamare il dottore; Paolina aveva subito una nuova crisi nervosa, seguita da forte delirio. Mi precipitai nella sua camera, mi gettai in ginocchio, e le presi la mano, che penzolava fuor delle coltri; ella parve non accorgersi della mia presenza; il suo respiro era interrotto ed anelante; aveva gli occhi chiusi, ed alcune parole tronche ed inintelligibili le sfuggivano febbrilmente dal labbro. Arriv il dottore. Non avete mantenuta la parola, mi disse. Aim! essa non mi ha riconosciuto! gli risposi.
Nulladimeno, al suono della mia voce, sentii la sua mano tremare. Cedetti il posto al dottore; egli si avvicin al letto, tocc il polso allammalata, e dichiar necessario un secondo salasso. Per, ad onta del sangue cavatole, lagitazione and crescendo sempre; la sera, erasi dichiarata una febbre cerebrale. Per otto notti consecutive Paolina rimase in preda a questo spaventevole delirio; poi il male cominci a perdere della sua intensit: unestrema debolezza successe a quella insensata esaltazione. Infine, la mattina del nono giorno, riconobbe e pronunci il mio nome.  impossibile descrivere allora la mia gioia, e piansi come un fanciullo. In quel momento entr il dottore, e, temendo qualche emozione per lei, mobblig a ritirarmi; volli resistere, ma Paolina mi strinse la mano, dicendomi con tenera voce: Andate!...
Obbedii. Da una settimana non mi era coricato; mi posi a letto e mi addormentai dun sonno onde abbisognava quasi al par di lei. Infatti, a poco a poco la sua febbre cess, e, dopo tre settimane, Paolina non soffriva che unestrema debolezza; ma intanto la malattia cronica, onde ellera stata gi minacciata un anno prima, aveva fatto rapidi progressi. Il dottore mi consigli allora il rimedio che laveva gi guarita, e risolsi approfittare degli ultimi bei giorni dellanno affin di percorrere con lei la Svizzera, e per di l recarci a Napoli, ove divisava passare linverno. Comunicai il progetto a Paolina, che acconsent a tutti i miei voleri. Noi partimmo dunque ai primi di settembre per Ostenda; traversammo la Fiandra, risalimmo il Reno sino a Basilea, visitammo i laghi di Bienna e di Neufchtel, e sostammo alcun tempo a Ginevra; da ultimo, percorremmo lOberland, valicammo il Bruning, ed avevamo visitato Altorf, quando tu cincontrasti, senza poterci raggiungere, a Fluelen, sulla riva del lago dei Quattro Cantoni. Tu conosci ora perch noi non potemmo attenderti. Paolina, vedendo la tua intenzione di approfittare della nostra barca, maveva chiesto il tuo nome, e sera ricordata daverti incontrato varie volte, sia in casa della contessa M..., sia della principessa Bel... Alla sola idea di trovarsi faccia a faccia con te, il suo volto prese tale espressione di spavento, che ne fui sgomentato, ed ordinai a battellieri di far forza di remi per allontanarsi, qualunque potesse essere il tuo concetto riguardo alla mia incivilt.
Paolina si sdrai in fondo alla barca; io le sedetti vicino, ed ella appoggi il suo capo su miei ginocchi. Erano appunto due anni dacch ella aveva lasciato la Francia cos soffrente ed appoggiata a me. Da quel tempo io aveva mantenuto fedelmente limpegno assunto; aveva vegliato su lei come un fratello; ella era stata da me rispettata come una sorella: tutte le mie preoccupazioni avevan mirato a risparmiarle un dolore od a procurarle un piacere; tutti i miei desiderii erano rivolti alla speranza dessere un giorno da lei amato. Quando si  vissuto a lungo presso una persona, sonvi pensieri che nascono ad ambidue nello stesso tempo! Vidi i suoi occhi bagnarsi di lagrime; sospir, e stringendomi la mano che teneva fra le sue: Quanto siete buono! mi disse.
Trasalii nelludirla rispondere cos bene a miei pensieri. Trovate voi chio abbia fatto ci che dovea fare? le dissi. Oh! voi foste per me langelo custode dellinfanzia, che mabbandon per un istante, e restituitomi da Dio sotto il nome dun fratello! Ebbene, in ricambio della mia devozione, non farete nulla per me? Aim! che posso ora per la vostra felicit? disse Paolina; amarvi?... Alfredo, in faccia a questo lago, a queste montagne, a questo cielo, a questa natura sublime, in faccia a Dio che li ha creati, s, Alfredo, vi amo! io non vi esprimo nulla di nuovo parlandovi cos! Oh! s, s, lo so, risposi; ma non basta lamarmi; bisogna che la vostra vita sia vincolata alla mia da legami indissolubili; bisogna che la vostra affezione, che ottenni come un favore, divenga per me un diritto.
Sorrise mestamente. Perch sorridete voi cos? le chiesi. Perch voi scorgete sempre lavvenire della terra; io, lavvenire del cielo. Ancora!... le dissi. Non pi illusioni, Alfredo; son queste che rendono i dolori pi amari ed incurabili. Se avessi conservata qualche illusione, credete voi chio non avrei fatto conoscere a mia madre che ancora esisteva? Ma allora mi sarebbe stato duopo abbandonare una seconda volta mia madre e voi; ci era troppo; talch ebbi anticipatamente piet di me stessa, e mi sono privata di una gran gioia per risparmiarmi un grave dolore...
Mi volsi a lei supplichevole. Vi amo, Alfredo, ripet ella, e ve lo dir fintantoch il labbro potr pronunciare due parole: non mi chiedete di pi, e vegliate voi stesso affinch io non muoia con un rimorso...
Che poteva dire, che poteva far io a fronte di tale convinzione? Prendere Paolina nelle mie braccia e piangere seco lei sulla felicit che Dio avrebbe potuto accordarci, e sulla sventura che la fatalit ci aveva preparata. Sostammo alcuni giorni a Lucerna, poi partimmo per Zurigo, e scendemmo pel lago sino a Pfeffer. L contavamo fermarci una settimana o due, sperando che le acque termali sarebbero di qualche giovamento a Paolina. Noi andammo dunque a visitare la sorgente feconda, nella cui efficacia io fondava le mie speranze. Ritornando, noi tincontrammo su quel ponte stretto, in quel tetro sotterraneo; Paolina ti tocc quasi; e questo nuovo incontro le cagion tale emozione, che volle partire allistante. Io non osai insistere, e prendemmo immantinente la strada di Costanza. Non vera pi dubbio per me: Paolina sindeboliva in modo visibile. Tu non provasti, e non proverai mai, lo spero, latroce supplizio di sentire un cuore che si ama struggersi lentamente la vita sotto i tuoi sguardi, di contare ogni giorno, col dito sullarteria, qualche battito febbrile di pi, e dirsi, ogni volta che, in un sentimento riunito damore e dangoscia, si preme al seno codesto corpo adorato, che forse fra una settimana, fra quindici giorni, fra un mese anche, questa creazione di Dio, che vive, pensa ed ama, non sar pi se non un freddo cadavere, senza parola e senza affetti!... Riguardo a Paolina, quanto pi pareva avvicinarsi il tempo delleterna nostra separazione, tanto pi si sarebbe detto chella accumulasse per codesti ultimi momenti i tesori dello spirito e dellanima... Senza dubbio il mio amore poetizzava questo crepuscolo della sua vita; ma, vedi tu, quellultimo mese, che scorse dal d che tincontrammo a Pfeffer, a quello in cui dallalto della terrazza di un albergo, in riva al lago Maggiore, tu lasciasti cadere un mazzo di leandro nel nostro calesse, quellultimo mese mi sar sempre impresso nella mente, come dovette essere allo spirito dei profeti lapparizione degli angeli che apportavano loro la parola del Signore. Arrivammo cos ad Arona.
L, quantunque stanca, Paolina sembrava rinascere tanto bene ai primi soffi dellaure dItalia, che ci fermammo una notte appena; tutta la mia speranza consisteva ora nel raggiunger Napoli. Per, lindomani ella soffriva tanto, che non pot alzarsi se non ad ora assai inoltrata; laonde, invece di continuare il nostro viaggio in vettura, presi un battello per arrivare a Sesto Calende. Cimbarcammo verso le cinque della sera. Man mano che ci accostavamo, si vedeva, agli ultimi raggi tiepidi e dorati del sole, il borgo corcato alle falde di ameni colli, e su questi ridenti giardini daranci, di mirto e di lauri. Paolina li contemplava con unestasi la quale mi rese qualche speranza che le sue idee fossero men tristi. Voi pensate che sarebbe dolce vivere in questo delizioso paese? le chiesi. No, risposella, io penso che sarebbe men doloroso il morirvi. Ho sempre sognata cos la tomba, posta in mezzo ad un bel giardino olezzante, cinta darbusti e di fiori. Nella patria nostra si prende assai poco pensiero dellultima dimora delle persone che si amano; si adorna il loro letto di un giorno, e si dimentica il loro giacilio delleternit!... Sio morissi prima di voi, Alfredo, continu sorridendo dopo qualche pausa, e che voi foste tanto generoso di continuare alla morte le cure prodigate alla vita, vorrei vi ricordaste di quanto or vi dico. O Paolina! Paolina! sclamai, prendendola tra le braccia e stringendomela convulsivamente al cuore; non mi parlate cos, voi mi uccidete. Ebbene, no, risposella; ma io voleva dirvelo, amico mio, una volta per tutte, certo che non lo dimentichereste giammai. No, avete ragione, non parliamo di questi tristi pensieri... Daltronde, mi sento meglio... Napoli mi far bene.  assai tempo che desidero vedere questa citt. S, continuai interrompendola, noi vi andremo al pi presto... Pel prossimo inverno prenderemo una casetta a Sorrento od a Resina; vi passerete la stagione rigida, riscaldata dal sole, che non si spegne; poi, in primavera, tornerete alla vita colla natura tutta... Ma che cosavete, gran Dio?... Oh! quanto soffro, disse Paolina contorcendosi e recando la mano al cuore; voi lo vedete, Alfredo, la morte  gelosa perfin dei nostri sogni; essa minvia il dolore per risvegliarci!...
Noi restammo in silenzio sino al momento del nostro sbarco. Paolina volle camminare, ma era tanto debole, che le sue gambe ricusarono di sorreggerla. Cominciava a farsi notte; la presi nelle braccia, e la portai sino allalbergo. Mi feci dare una camera vicino alla sua. Da gran tempo eravi tra noi qualche cosa di santo, di fraterno e di sacro, che faceva s chella saddormentasse liberamente sotto i miei occhi come sotto quelli di una madre. Poi, vedendo chella soffriva pi che per laddietro, e disperando di poter lindomani continuare il nostro cammino, mandai un espresso in posta colla mia vettura per recarsi a Milano a cercarvi il dottore Scarpa, che doveva condurre a Sesto. Ritornai da Paolina; ella era coricata; sedei al capezzale del suo letto. Pareva avesse qualche cosa da domandarmi, ma che non osasse farlo. Per la ventesima volta, vidi il suo sguardo fisso su me con unespressione di strana incertezza. Cosa desiderate? le chiesi tosto; voi vorreste interrogarmi, ma qualche timore vi trattiene dal farlo. Ecco gi pi volte che vi veggo guardarmi cos; non sono io il vostro amico, il vostro fratello? Oh! voi siete assai pi per me, mi rispose ella, e non vha nome per esprimere ci che voi siete. S, s, un dubbio mi tormenta, un dubbio crudele! Lo chiarir pi tardi!... in un momento in cui non oserete mentirmi; ma lora non n ancor giunta. Io vi guardo per vedervi il pi che sia possibile... vi guardo perch vi amo!
Le presi il capo e lo poggiai sulla mia spalla. Noi restammo cos unora circa, durante il quale sentiva il suo alito affannoso inumidirmi le gote, ed il suo cuore palpitare contro il mio petto. Infine, ella mi assicur di sentirsi meglio e mi preg di ritirarmi. Malzai per obbedirle, e, come al solito, avvicinava la bocca alla sua fronte, allorchessa mi gett le braccia al collo, e premendo le sue labbra contro le mie: Io tamo! mormor baciandomi, e lasci ricadere la testa sul letto. Io la volli prendere nelle mie braccia; ma, respingendomi dolcemente e senza riaprire gli occhi: Lasciami, Alfredo mio, dissella, io ti amo!... sto bene... sono felice!...
Uscii dalla camera, n avrei potuto restarvi nello stato desaltazione in cui quel bacio febbrile maveva posto. Rientrai nella mia stanza, lasciando aperta la porta di comunicazione, affine di poter correre da Paolina al minimo rumore; poi, invece di coricarmi, mi contentai di depor labito e schiusi la finestra, desiderando respirare unaria pi fresca. Il balcone della camera guardava su quei deliziosi giardini da noi veduti nellavvicinarci a Sesto. In mezzo ai cespugli dei cedri e dei lauri, alcune statue, ritte sui loro piedestalli, spiccavano ai raggi della luna, candide come ombre. A forza di fissare gli occhi sur una di esse, la mia vista a poco a poco si offusc, mi parve scorgere che sanimasse, e mi facesse segno colla mano, mostrandomi la terra. In breve questillusione fu s grande, che credetti sentire una voce flebile chiamarmi: portai le mani alla fronte, poich mi pareva dimpazzire. Il mio nome, proferito una seconda volta con accento pi debole, mi fece trasalire; rientrai nella camera e mi posi in ascolto; una terza volta il mio nome giunse fino a me, ma pi fioco ancora. La voce veniva dallappartamento vicino; era Paolina che mi chiamava; mi slanciai nella sua camera... Era ben dessa... ella spirante, che non aveva voluto morir sola, e che, non ricevendo risposta, era scesa dal letto per cercarmi nel momento dellagonia; stava ginocchioni sul suolo... Mi precipitai verso di lei, e volli prenderla nelle braccia, ma essa mi fe segno di aver qualche cosa a domandarmi... Poi, non potendo parlare, e sentendosi allestremo momento, mafferr la manica della camicia, la lacer colle sue mani, scopr la mia ferita appena chiusa, ricevuta tre mesi prima nel duello col conte Orazio, e mostrandomi col dito la cicatrice, gett un grido, cadde allindietro, e chiuse gli occhi. Io la portai sul letto, e non ebbi che il tempo davvicinare le labbra alle sue per raccoglierne lestremo anelito e non perderne lultimo sospiro...
La volont di Paolina fu adempita: essa dorme in uno dei giardini che dominano il lago, in mezzo al profumo degli aranci, e sotto lombra dei mirti e dei lauri.
Lo so, risposi ad Alfredo, perch arrivai a Sesto quattro giorni dopo che tu neri partito; e, senza sapere chi vi fosse racchiuso, andai a pregare sulla sua tomba.
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FINE.